Come è cambiato, se è cambiato, il vostro sound da “Ritual Kamasutra Kitsch” a “Where The Devil Dances”?
Sotto alcuni punti di vista “Where The Devil Dances” è la diretta e naturale prosecuzione del discorso intrapreso con “Ritual Kamasutra Kitsch” tuttavia, nonostante sia passato solo un anno tra i due dischi, pensiamo che ci siano già delle notevoli differenze. Per esempio, a livello di suoni abbiamo optato per un gusto orientato maggiormente sul senso più classico della parola rock e lontano dalla produzione fin troppo cristallina e moderna di “RKK”, anche se in fin dei conti il risultato finale rimane sempre molto heavy. Per quanto riguarda il sound in generale abbiamo continuato ad inserire nel nostro calderone elementi provenienti dai lati più sparsi del nostro background musicale, fatto oltre che di doom e psichedelia, anche di progressive rock, heavy metal più classico e quant’altro.
Tra la cover del vostro primo full-lenght e del precedente ep c’è sicuramente un filo conduttore: in entrambe le immagini c’è confusione, c’è caos, ci sono personaggi di ogni tipo. Cosa volete rappresentare con questi disegni? Chi si è occupato dell’artwork?
Il filo conduttore principale è dato soprattutto dallo stile dell’artista Giulio Oriente, autore dei due dipinti che hanno dato vita alle cover. I soggetti però sono diversi: in “RKK” vi era un vecchio signore che indicava una porta dentro cui era contenuto il mondo che volevamo descrivere in quel disco, invece in “Where the Devil Dances” è rappresentato un uomo che trasfigura nei suoi incubi. Tuttavia la confusione, il caos e la rappresentazione quasi orgiastica di personaggi assurdi e disparati pensiamo che possa descrivere bene la nostra concezione musicale di cercare di far convivere nello stesso contesto elementi opposti. In primis noi stessi siamo così, un continuo convivere e combattere di sensazioni e pensieri diametralmente opposti. Quello che ne viene fuori è un’estremizzazione epica e bizzarra di tutto ciò che potrebbe risultare kitsch agli occhi di chi ci guarda o alle orecchie di chi ci sente. E questo a noi piace molto.

Il vostro album è molto eclettico, presenta spunti diversi sia all’interno dei singoli pezzi, che tra una traccia e l’altra. E’ difficile far confluire così tante idee diverse nei pochi minuti a disposizione di una canzone?
Sicuramente ci sono delle difficoltà ed è per questo che i nostri pezzi superano quasi sempre i sei minuti di durata eheh! In ogni caso il fatto di imprimere ad un pezzo cambi di atmosfere ci viene molto naturale e in alcuni casi diventa davvero necessario per quello che vogliamo trasmettere.
Nel disco ci sono alcuni pezzi piuttosto sorprendenti, se rapportati a “Ritual Kamasutra Kitsch”: parlo di “Rock’n’Roll Voodoo Style”, “Vanitas (The Leper Queen)” e “Blasted In Summertime”. La prima molto rock, come dice il titolo, la seconda coraggiosa e sperimentale, la terza rilassata e psichedelica, quasi un omaggio a “Laguna Sunrise” dei Black Sabbath. Come sono nati questi pezzi? Cosa vi ha ispirato nella loro creazione?
Alcuni riff di “Rock’n’Roll Voodoo Style” esistono addirittura dal 2003; è stata una canzone che ci ha messo tempo ad uscire fuori, però alla fine siamo molto soddisfatti e rappresenta in pieno il nostro lato più rock and roll e catchy. La vediamo come inno ufficiale ad una magica ribellione del sud del mondo. Tutt’altro discorso per “Vanitas (The Leper Queen)” che consideriamo il nostro pezzo più maturo. Abbiamo dei ricordi molto belli legati alla nascita di questa canzone, il che la rende veramente speciale per noi. C’è stato un rincorrersi continuo tra le parole e la musica e man mano che prendevano forma i riff nasceva la storia di questa donna che da adultera regina finisce per diventare la puttanella di un gruppo di lebbrosi. “Blasted In Summertime” è nata, invece, durante le ultime prove prima di entrare in studio, ed è stata terminata proprio in fase di registrazione. Fino all’ultimo eravamo addirittura indecisi se inserirla nella track-list finale. La sua atmosfera onirica, rilassata e psichedelica è utile per rievocare vecchi ricordi personali legati appunto ad un’estate di tanti anni fa. Tra l’altro ci stuzzicava l’idea di avere un finale più frikkettone condito da chitarre acustiche e atmosfere più positive.
Quali sono stati i commenti per “Where The Devil Dances”? Avete ricevuto critiche particolarmente positive/negative per il vostro lavoro?
A parte una recensione particolarmente negativa, che tra l’altro è stata la prima in ordine di uscita, abbiamo ricevuto critiche molto positive. In ogni caso siamo contenti perché spesso vengono dette delle cose ed anche il loro esatto contrario. Tra l’altro in ogni recensione viene fuori qualcosa di nuovo. Per noi significa che qualcosa di buono è stato fatto ed è stato anche recepito.
Nella composizione dei pezzi, incide maggiormente lo stato d’animo momentaneo, l’ispirazione improvvisa di un musicista, oppure il lavoro di cesello e perfezionamento che si fa sulla canzone per darle una forma compiuta?
La verità è che tutte le cose che hai detto hanno una grandissima importanza nella stesura di ogni nostro pezzo. Lo stato d’animo momentaneo e l’ispirazione danno il là all’inizio del processo creativo e restano indelebili a formare il corpo della canzone. Successivamente però ci piace continuare a lavorarci sopra, curando i dettagli, fino al momento in cui tutti e quattro non siamo soddisfatti della resa finale. Come abbiamo già detto questa fase a volte può durare anni eheh!
Come sta procedendo la collaborazione con la Metal On Metal?
Molto bene, tra noi e i ragazzi della MOM è nato un bel rapporto di amicizia ed è sempre bello fermarsi a parlare o mangiare e bere qualcosa insieme quando c’è la possibilità. Tra l’altro grazie a loro il nostro nome è giunto sulla bocca di alcune persone che stimiamo molto, il che ci ha reso particolarmente felici.
Quale sono i gruppi italiani con i quali preferite condividere il palco?
Sicuramente se dovessimo citare una sola band diremmo i Doomraiser che consideriamo un pò i nostri fratelli maggiori. Sempre da Roma, poi, ci sono i Misty Morning, che hanno partecipato al nostro release party, l’Ira del Baccano e i mitici GodWatt Redemption, residenti però a Frosinone. Uscendo dal Lazio ci sono i Gum, Funeral Marmoori e Stoner Kebab dalla Toscana, i 2Novembre da Genova, gli Space Paranoids da Cuneo, i Midryasi da Varese e i VL45 dalla lontana Ungheria. In generale ci siamo sempre trovati bene con tutti gli altri gruppi con cui abbiamo condiviso il palco. Tra l’altro ci manca ancora di suonare insieme con gli Zippo di Pescara con cui c’è un altro bellissimo rapporto di amicizia e fratellanza basato fondamentalmente sulla psichedelia come stile di vita ahah!
Nell’anno appena trascorso, quali sono stati i dischi che vi hanno più impressionato?
Per quanto riguarda il 2009 più che dischi provenienti dall’estero preferiamo citare due prodotti ‘italian doom it better’: Doomraiser “Erasing the Remembrance” e Midryasi “Corridors”. Invece per l’anno nuovo ci sentiamo di consigliare assolutamente l’ultimo disco dei Cathedral uscito proprio qualche settimana fa. È davvero un’emozione che continua a crescere ascolto dopo ascolto!
C’è un disco in particolare che per voi rappresenta la Bibbia del doom metal?
Partendo dalla certezza che la bibbia del doom metal sia contenuta nei primi sei dischi dei Black Sabbath, ne indichiamo un altro a testa:
Nico: “Forest of Equilibrium” dei Cathedral
Sergio: “Epicus Doomicus Metallicus” dei Candlemass
Giuseppe: “Ethereal Mirror” dei Cathedral
Stefano: “Relentless” dei Pentagram
Cosa vi aspettate da questo 2010?
Una cazzo di rivoluzione lisergica di zombie proletari strafatti di crack che distruggono il mondo e spazzano via tutta la merda a suon di doom’n’roll.