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ITALIAN GODS OF METAL

Alcatraz, Milano  -  21/03/2010


A cura di M. Giangrassi, G. Mascherpa

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Italian Gods Of Metal atto II: dopo il successo della prima edizione, consumatasi in un Alcatraz gremito e colpito al cuore da performance di altissimo profilo di Death SS e Strana Officina su tutti, è venuto il momento di bissare l’evento. Bill diverso, ma fino a un certo punto, perché gira e rigira i nomi in primo piano sono gli stessi, e non perché non ci siano le alternative di qualità, ma perché alla Live ragionano in una certa maniera e mettono in vetrina sempre la stessa gente. Questo non vuol dire che siano mancati i gruppi di alto profilo, è però indubbio che non ci sia stata molta rotazione rispetto a due anni fa e che scelte originali e poco convenzionali, soprattutto ai piani alti del bill, qui non siano di casa.
Al di là di queste considerazioni, anche quest’anno non mancavano i motivi di interesse per seguire da vicino la manifestazione: a spiccare come una lama infuocata su tutto il resto del programma, la presenza dei Bulldozer, il cui come-back sulle scene aveva già portato all’incisione di un nuovo album, Unexpected Fate, ma non si era ancora potuto sublimare con un live show degno del blasone dell’ensemble milanese. Peccato che l’affluenza non si sia avvicinata neanche lontanamente a quella del 2008, e l’Alcatraz sia sembrato più grande del solito di fronte a tanta desolazione.
Per chi c’era, va detto, le esibizioni di valore ci sono state, anche se i Bulldozer, con una prestazione stellare, hanno segnato in maniera indelebile la manifestazione e hanno in parte oscurato gli altri act presenti.


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Sono le 15.00 in punto quando sul palco fa la sua apparizione una delle più grandi leggende viventi del metal tricolore: la Strana Officina. Inspiegabilmente posizionati così in basso nel bill i quattro ci regalano una delle migliori esibizioni della giornata: sentita e pregna di un tiro assolutamente notevole. Il grande e grosso Bud ci ricorda subito del nuovo album in uscita proprio il giorno stesso e il concerto attacca subito con un brano tratto da esso: NightFlyer. Saranno quattro gli estratti dal disco nuovo, tra le quali spicca il nuovo, massiccio singolo Beat the hammer. È però con la classica Profumo di puttana che il concerto comincia a decollare ed il pubblico a scaldarsi. Letteralmente strabiliante la prestazione di Dario Cappanera che trascina letteralmente il pubblico coi suoi riff e sciorina con una facilità ed una pulizia degne del migliore dei guitar hero assoli veloci, complicati e melodicamente sempre vincenti. Non è da meno il cugino Rolando, che seduto dietro ad una batteria ridotta letteralmente ai minimi termini riesce a infondere una potenza senza pari alle composizioni del combo toscano. L’esibizione tocca il suo punto più alto con la storica Autostrada dei sogni, dedicata agli ex membri della band, seguita a ruota da Viaggio in Inghilterra e dalla conclusiva Non sei normale che scatena il putiferio sotto al palco.

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Pur non essendo da meno, non riscuotono lo stesso successo di pubblico i marchigiani Infernal Poetry. I cinque, nella mezz’ora messa a loro disposizione suonano carichi, impazziti ed esplosivi come un clown a molla. Giocattolo vintage che esprime al meglio la musica (soprattutto le ultime) del combo fatta di strutture mai lineari e potenza e groove a go-go associati a un’ecletticità musicale estremamente zappiana che li porta ad abbattere ogni barriera di sorta non ponendo limiti alle proprie creazioni. È forse proprio questa apparente (a un primo ascolto) mancanza di coesione la causa del limitato calore riservato dal pubblico meneghino. Nonostante tutto gli Infernal si sbattono con il loro solito infuocato show che li conferma una volta di più come uno dei migliori act italici in sede live. La scaletta si concentra sui brani più groove e diretti dell’ultimo Nervous System Failure, non ci si dimentica però del precedente Beholding the unpure con l’esecuzione di The frozen claws of winter, considerabile oramai come un classico. La bellissima They dance in circles chiude in bellezza un altro adrenalinico e chirurgico concerto. Grandi!

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È ora di vedere dal vivo l’acclamato ritorno di Olaf Thorsen nei Labyrinth, accompagnato dall’intenzione di rinverdire i fasti del successo di Return to heaven denied, datato 1998. Come lasciavasi presagire, del gruppo coraggioso e sperimentalista degli ultimi e validi dischi non v’è più traccia. La band, accompagnata dal bassista Sergio Pagnacco dei Vanexa e dal batterista degli ultimi Vision Divine Alessandro Bissa, si limita a riproporre brani dai primi due dischi, dimenticando completamente il lavoro fatto negli ultimi dodici anni di carriera, Sons of the Thunder compreso. Si parte con Moonlight seguita dalla bellissima In the Shade. Purtroppo la band godrà dei peggiori suoni della giornata (tenendo conto ovviamente dei gruppi che siamo riusciti a vedere) e, a somme tirate, anche la prestazione non sarà delle migliori. Personalmente l’unica gioia che ho provato è stata quella di rivivere i miei quattordici anni con brani come Piece of Time, Lady lost in time, Thunder o State of Grace, cosa non da poco ma che non giustifica un’esibizione tecnicamente buona ma decisamente fredda. Per non parlare del nuovo brano proposto dal titolo A Chance che ricalca pedissequamente il sound di Return e sa fin troppo di minestra riscaldata.

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Veterani inossidabili, cocciutamente legati al proprio stile (musicale e di vita), i Raw Power sono una di quelle band da rispettare solo per lo sbattimento ininterrotto di cui si rendono protagonisti da quasi trent’anni. Di norma questa storia della coerenza e della costanza, alla lunga, suona patetica, sa tanto di band con poco da dire che, per giustificare lo stallo compositivo, si rifugia nella fedeltà assoluta a un certo sound per farsi bella agli occhi del pubblico. Per i Raw Power il discorso è diverso, e per quanto il loro materiale non conosca lampi di genio, il suo livello medio rimane sempre più che dignitoso e, soprattutto, viene riproposto in sede live con la stessa foga che i (non più) ragazzi del gruppo potevano avere agli esordi. Gente che se ne frega realmente di tutto e di tutti, gli eroi dell’hardcore italiano danno un ennesimo saggio di cosa sia l’hardcore nudo e crudo, quello vecchio stampo, oltranzista e abrasivo in ogni nota, mai melodico né ammiccante, solo veloce e durissimo.
Il singer Mauro Codeluppi salta e urla come un ossesso e nell’unico momento di vera interazione col pubblico dà prova di come lo scazzo e l’aver la testa altrove, per lui, siano ancora un valore vero. Le sue sono parole in libertà di chi pensa a suonare senza farsi troppi problemi e non ha voglia di farsi tante menate su ciò che fa di contorno alla musica. Ne esce, nella sua semplice genuinità, un concerto essenziale e di grande impatto, apprezzato un po’ da tutti e quindi baciato da una risposta dell’audience all’altezza dei proiettili volati dal palco. Promossi senza riserve.

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Si rimane su sonorità incazzate, ma il registro cambia radicalmente. E’ il turno dei Sadist di orco Trevor, padre nobile del metal estremo italiano più cerebrale e ricercato. La band srotola davanti ai presenti lo sfondo con la copertina dell’ultimo disco, Season In Silence, in uscita proprio nei giorni appena successivi all’Italian Gods. Il palco principale dell’Alcatraz è fin troppo largo per i quattro liguri, ma ci pensa la musica a riempire ogni vuoto e a sopperire a una presenza scenica scarna e imperniata, come sempre, sul carisma di Trevor. Lo show mescola i classici della prima parte di carriera agli estratti dell’album del ritorno sulle scene, Sadist, ma arriva anche qualche succulenta anticipazione del nuovo disco, in cui non è difficile cogliere un maggiore stacco dal death propriamente detto, per inoltrarsi in un sound ibrido in cui convogliare atmosfere da soundtrack horror, metal ultratecnico, non per forza estremo, e l’esplorazione degli incubi più contorti che la mente umana riesca a produrre. Trevor si sofferma spesso durante il concerto su quelli che sono i temi centrali del nuovo lavoro, in cui convivono un forte richiamo alla natura e la volontà di riscoprire i ritmi di un tempo, di tornare a un tipo di vita più a contatto con la vera essenza dell’ambiente che ci sta attorno. Argomenti insoliti per il metal estremo, eppure affrontati con convinzione e sincerità dalla band; i nuovi brani convincono all’assaggio live, nonostante siano ancora meno immediati del resto del materiale Sadist, già di per sé non digeribilissimo dai non avvezzi al genere. Una buona prova in definitiva, anche se qualche pausa di meno non guasterebbe nel tenere più alta l’adrenalina del concerto, ogni tanto meno coinvolgente di quel che ci si aspetterebbe.

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Credo fosse una vita che gli Skanners non si ritrovavano a calcare un palco di questa importanza, almeno nel nostro paese. Stavolta, l’occasione a lungo sfuggita è arrivata e appena prima dei Bulldozer ci sono loro, Claudio Pisoni e compagni, carichi all’inverosimile per la grande opportunità presentatasi quest’anno. Gli altoatesini non deludono chi aveva fame della loro musica e aspettava da tanto una loro esibizione: i cinque attaccano subito a testa bassa il pubblico, purtroppo abbastanza sparuto anche per i gruppi nelle posizioni più elevate. La cosa non preoccupa i musicisti sul palco, e forti anche di suoni pompati a dovere, gli Skanners mettono subito a ferro e fuoco l’Alcatraz. La sinergia con le prime file si crea in pochi istanti e la band ha gioco facile nello scatenare sing-a-long e un po’ di movimento sotto lo stage. Tutti quanti sono parecchio indiavolati, ma il buon Pisoni li batte tutti, rendendosi protagonista di un’ottima prova sia come entertainer che come cantante. Il singer si muove di continuo, batte le mani, incita la platea, la ringrazia e la invita a non risparmiarsi, come d’altronde non ha intenzione di fare il gruppo, compatta e rolleggiante dal primo all’ultimo minuto. Lambendo hard rock, classico heavy ottantiano e power teutonico, il quintetto va bene un po’ per tutti i gusti, per quanto il materiale più datato abbia la meglio su quello più recente, più canonico e standardizzato, in linea con quanto arriva mediamente dal territorio teutonico. Se entrano in campo brani storici come Dirty Armada, il registro cambia, e si viaggia a mille come se vent’anni e più, per gli Skanners, non fossero proprio trascorsi. Va in cantiere un altro buon concerto, di una band che ha dato tutta se stessa per essere all’altezza, riuscendoci in pieno e uscendo tra gli applausi più che convinti dei presenti.

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Ok, finora tutto bello e in ordine. Tutto liscio, begli spettacoli, gente di un certo livello che ha fatto il suo fino in fondo. Il metal italiano sta benone, e lo si è visto. Adesso però andiamo un passettino oltre, andiamo a toccare la Storia, con tutti i cinque sensi ben tesi per assaporarne i suoi gusti prelibati. I Bulldozer rappresentano uno dei tasselli cardine del metal estremo tricolore, all’epoca il power trio era la risposta italiana allo strapotere thrash tedesco in tema di pura violenza, e non si può certo dire che i loro lavori fossero inferiori al meglio offerto in quegli anni da Sodom e Destruction. L’attesa è palpabile, e l’arrivo on-stage della band fa capire in un attimo come tante cose siano cambiate ma, alla fine, gli anni non abbiano fiaccato la fiera indomabile. Non più di terzetto si tratta, AC Wild ha abbandonato il basso e si installa scenograficamente dietro il microfono, nascosto al pubblico da un leggio da cui pontificherà e scarnificherà i convenuti durante lo show: Andy Panigada è al suo posto alla chitarra, ma il suo lavoro è rinforzato e rifinito da un secondo chitarrista, Ghiulz Borroni dei Faust, mentre al basso e alla batteria ci sono due membri dei Death Mechanism, Simone e Manu. Non manca nemmeno il tastierista, ruolo ricoperto da un ignoto figuro incappucciato, che lascerà parecchio interdetti gli astanti quando, a fine concerto, svelerà il suo volto.
Si parte forte con Neurodeliri, grintosissima come l’originale e ben accompagnata dalle keyboards, una song che non era mai stata suonata live, come ricorda AC Wild al termine della canzone. Tra un pezzo e l’altro il singer, carismatico e quasi ieratico nella sua lunga tunica, con quello sguardo che taglia le pietre sempre dipinto in volto, snocciola un profluvio di aneddoti e di particolari sui singoli pezzi, facendo intendere quanta storia ci sia alle spalle di essi e come ogni tematica trattata sia stata realmente ragionata e non buttata lì a caso. Arrivano tanti estratti dall’ultimo lavoro, brani diretti e taglienti come quelli degli anni ’80, i 20 anni e passa di differenza coi vecchi classici non si sentono proprio, anzi: Use Your Brain, Aces Of Blasphemy, Unexpected Fate portano addosso le medesime stimmate dei vecchi capolavori. Anche di quelli ne arrivano moltissimi, e non ce n’è uno che scateni meno entusiasmi degli altri: è dedicata a tutta la gentaglia che tiene le fila del potere in Italia e nel mondo, Minkions è una feroce invettiva a certe star strafottenti del metal degli eighties e di oggi (ossia i Metallica), anche se il boato più fragoroso va al personaggio omaggiato più di ogni altro nella storia dei Bulldozer. La cara e rimpianta Cicciolina viene richiamata sulle scene quando AC parla di quando “in parlamento c’era gente ben diversa da quella che ci sta oggi”; chiaro il riferimento alla clamorosa elezione della Staller alla stalla del potere italico. Ilona The Very Best, suonata ancora più ferocemente della già velocissima versione presente su IX, rimane un monumento di sconcerie narrate in musica, con dettagli talmente approfonditi da sfiorare il più dotto dei manuali di galanteria e bon-ton. The Derby è un altro di quegli highlight indimenticabili da stamparsi in eterno nella memoria: il coro “Milan, Milan!” intonato alla maniera del più sfegatato degli ultrà da AC e compagni fa da preambolo a uno dei pezzi più ritmici e coinvolgenti della produzione del gruppo, e l’Alcatraz diventa il più caldo degli stadi, un Meazza in versione ridotta. Immancabile l’orgogliosa rivendicazione delle proprie radici e dell’essere Italiani, senza alcuna soggezione e senso di inferiorità verso niente e nessuno: We Are… Italian è un bel dito medio a chi guardava con la puzza sotto il naso i tre di Milano quando negli anni ’80 attaccavano i fortini del metal straniero, dimostrandosi all’altezza dei nomi più acclamati, e per questo erano tanto temuti da venire ingiustamente dileggiati. Nella seconda metà dello show, i Bulldozer si rendono protagonisti di un gesto da veri gentiluomini, lasciando il palco ai Death Mechanism per una loro canzone; raggiunti sul palco dal singer/chitarrista Pozza, i ragazzi si lanciano in un interessante track a base di velenosissimo black/thrash vecchia maniera, riscuotendo giusti e doverosi applausi. Dopo questo intermezzo, i Bulldozer ritornano per dare l’ultima spallata all’audience, e chiudono, così come avevano aperto, nel ricordo dello scomparso Dario Carria, fondatore della band andatosene troppo presto da questo mondo. Willfull Death/You’ll Be Recalled è il sigillo a una performance stratosferica del combo meneghino, che corroborato da forze fresche è riuscito a dare quel chi ci si attendeva e anche di più a un pubblico che li aspettava da una vita. Sui saluti conclusivi, ecco svelata l’identità del tastierista, un ragazzo talmente giovane da far pensare possa essere il figlio di AC, tanta è la differenza di età con tutti gli altri musicisti. Piccolo dettaglio a margine di un concerto storico e di livello assoluto, sperando non rimanga una perla isolata ma venga bissato in qualche altra sede.

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