Nella musica, il tempismo è tutto. Registrare un grande disco quando l’ambiente che ti circonda non riesce a recepirne la grandezza, a darti quel che meriti, è l’anticamera dei rimpianti e delle frustrazioni di chi non vede riconosciuto il proprio talento e rimane in un angolo a osservare altri trionfare. A fine anni ’80, ma anche nei primi anni ’90 a ben vedere, sono usciti dischi thrash di valore stratosferico: peccato che oramai fossero in troppi a bazzicare in quei solchi, e tanti si siano persi per strada dopo aver dato alle stampe album dal valore artistico debordante. Il tempo, però, è anche il giudice che non fa mai cadere nulla in prescrizione e sa risarcire, almeno in parte, i torti subiti. Ecco perché, a quasi vent’anni da
Victims Of Deception, la fame di Heathen tra i thrasher è tangibile. La si è respirata a pieni polmoni nei mesi precedenti la pubblicazione di
Evolution Of Chaos, la si respira oggi nell’attesa che questi vecchi geniacci si rendano palesi sul piccolo stage del Club 71. Lo so, si parla pur sempre di nicchie e non di folle urlanti fuori da un hotel extralusso nel centro di Manhattan, ma l’entusiasmo di chi, all’epoca dei primi due album degli americani, era ancora bambino, è assolutamente spontaneo, non generato dal fatto che faccia tanto figo riscoprire i gruppi dimenticati dei gloriosi anni ’80.
A placare in parte l’attesa dell’headliner, ci pensano quattro ensemble nostrani, tra i tanti che hanno preso in mano il testimone del thrash e ne conservano spirito e ardore a quasi tre lustri dalla nascita del movimento.

Sono circa le 18:30 quando ai varesini
Ancient Dome spetta l’arduo compito di aprire le danze. Dato l’orario il quartetto non ha certo davanti a se una bolgia ma riesce a catturare l’attenzione di tutti i pochi presenti grazie al proprio thrash metal made in Bay Area, che fila via fluido e senza intoppi grazie a ritmiche mai troppo statiche o banali e a brani dall’appeal diretto e coinvolgente. La band non vuole certo spiccare per fantasia e sono molti i richiami ai grandi degli anni ottanta,
Metallica e Testament su tutti (non è casuale l’esecuzione della terremotante
Into the pit ). Tuttavia l’abilità esecutiva dei membri della band unita alla loro spontanea genuinità, che fa trasparire un grande amore per questa musica, li porta a ricevere gli applausi incondizionati di tutti presenti. Bravi!

È ora il turno (da me attesissimo) degli
Urto , saliti al nord dalla lontanissima Trapani per la prima volta dopo l’uscita del bellissimo
Upside down . Purtroppo data l’ora la gente davanti alle transenne è ancora poca (ma buona) e i cinque non si perdono minimamente d’animo, regalandoci una prova decisamente sopra le righe, parzialmente minata da suoni non disastrosi ma di certo privi della pulizia che una band come questa, piena di virtuose sovrapposizioni ritmiche e melodiche, ha bisogno per far uscire dalle casse in tutto il proprio splendore. I cinque partono spediti con
The dilemma remains che, subito dalle prime battute, fa capire come la band dal vivo non perda un’oncia della perizia esecutiva presente su disco: impressionanti i dialoghi chitarristici e la pulizia esecutiva della coppia
Saladino-Labita , impeccabile il drumming sincopato e frenetico di
Giuseppe Campisi , mentre dietro al microfono
Alessandro Olivo , nonostante sia visibilmente emozionato e un po’ timido come frontman, riesce a riprodurre in modo esattamente identico la mirabile prova su disco, con i cori affidati alla voce del bassista
Francesco Gioia , penalizzato dal volume troppo basso (manco a farlo apposta) del proprio strumento. La scaletta viene tutta incentrata sul primo full lenght dei nostri (la prossima volta però
The second coming la voglio), ad eccezione del brano di chiusura che credo essere l’ultima fatica del combo siculo, una bomba a base del solito thrash tecnico, teso e frenetico, reso ancora più potente da una debordante carica groove che si alterna stop and go da urlo, anzi…Urto!
Per chi ancora non li conoscesse è decisamente ora di rimediare!

Sono un po’ l’anello debole della catena, piazzati tra due act di talento quali sono
Methedras e
Urto. I
Brain Dead, rispetto a chi li precede e a chi li segue, vanno giù più di mestiere che di classe, riproponendo alla lettera i dettami del thrash anni ’80. Di grinta, però, ne hanno da vendere, e si fanno perdonare carenze nel songwriting e una prova vocale abbastanza incerta di
Felix Liuni alla voce con l’entusiasmo da veri thrash maniacs che tutte le band di questo genere dovrebbero avere. Si crea lo stesso un buon coinvolgimento, complice la familiarità dei
Brain Dead con un’audience di questo tipo e un’abitudine al palco ben rodata. Comunque divertenti.

Sono cresciuti di maledetto i Methedras: prima solo buona interpreti di un thrash/death di discreta fattura ma poco personale, ora macchina da guerra con uno stile ben definito e una sicurezza dei propri mezzi che esce prepotente a ogni concerto. Il formato carrarmato raggiunto nel sound con il brutale
Katarsis si staglia vigoroso anche stasera: groove, ritmiche compresse, il growl incessante, un po’ Anselmo, un po’ Chuck Billy, di
Claudio Facheris, stritolano tutto e tutti, provocando i primi accenni di mosh della serata. I milanesi vanno sul sicuro e nella mezz’ora scarsa a disposizione pescano in abbondanza dall’ultimo disco, intransigente e brutale quanto basta per sradicare un po’ di teste. Ottima la resa live di questi pezzi, impreziositi dal solismo tagliente e ricercato di
Eros Mozzi, uno dei migliori interpreti del proprio strumento nell’ambito estremo italiano. Da bravi animali da palco quali sono, verso la fine della loro esibizione i ragazzi tirano fuori una cover celeberrima come
Davidian dei maestri
Machine Head: l’effetto lo potete immaginare, idem gli applausi di approvazione di tutti quanti all’operato della band, sempre una sicurezza quando c’è da picchiar duro e preciso.

E ora ci siamo per davvero. In questi casi, al di là della trepidazione e dell’ansia di pregustare un’emozione che fino a qualche anno prima sarebbe parsa irrealizzabile, c’è l’inquietudine di sapere se i propri idoli terranno o meno la scena come ci si è immaginati. Dopo tanti anni, pensare di ritrovarli nel pieno splendore può essere utopia, e val la pena tenere nella propria testa un piccolo spazio di rassegnazione, tanto per non avere una delusione troppo cocente di fronte a una prova zoppicante dei propri beniamini. E per godere ancora di più, nel caso dovessero fare fuoco e fiamme come si spera.
Con queste emozioni contrastanti in corpo, ci appropinquiamo dalle parti delle transenne, presidiate dai membri degli act appena succedutisi sullo stage questa sera, già questo un segnale del clima della serata, permeata dalla fierezza di far parte, musicisti e pubblico, di un movimento immortale come quello del thrash. Coi presenti in tensione al punto giusto, il nome della band scandito da tutti all’unisono, il concerto va a cominciare. Nel tempo d’un battito di ciglia, è l’apoteosi. L’apparizione degli Heathen prende le forme di un lampo accecante, tanta è la botta dei cinque al loro ingresso in scena. Pochi concerti sono cominciati in modo così formidabile e perfettamente aderente ai film mentali che, ne sono sicuro, tutti i convenuti si saranno fatti mille volte nella propria cameretta sentendo una traccia a caso di
Breaking The Silence o
Victims Of Deception. Gli Heathen dal vivo sono l’esatta trasposizione dei loro album: tecnici, trascinanti, melodicissimi e veloci, instancabili nell’infliggere cambi di tempo e di riff con una naturalezza e un controllo della situazione inarrivabili. Si parte con un pezzo da
Evolution Of Chaos,
Dying Season, thrash purissimo nella vena di quello che era il sound del gruppo a inizio anni ’90, e si prosegue pescando a piene mani dall’ultima fatica, così come dai primi due platter, rappresentati in modo equanime. Tutti i membri degli Heathen sono scatenatissimi, e poco importa che le dimensioni del palco siano davvero minuscole, perché non si può restringere l’energia del thrash e di strumentisti nel pieno della loro missione. I nostri si spostano famelici per lo stage, come tigri in gabbia, davanti a un’audience che salterebbe dall’altra parte (e ci vorrebbe poco…) in un amen, mantenendo una pulizia esecutiva sconcertante, abbinata a una potenza cristallina che non viene meno neanche sui passaggi più intricati. Tutti e cinque viaggiano ben al di sopra la soglia dell’onnipotenza, ma come è giusto che sia sono le chitarre di
Altus e
Lum a spadroneggiare, con incastri di riff dalla sempiterna magia e assoli memorabili. Il concerto mette alla frusta tutti quanti, la band viaggia tiratissima, non si concede pause, mastica disinvolta il proprio repertorio non sbagliando una nota e infondendo a tutti i brani una carica irrefrenabile.
Non capita spesso di sentire un filo conduttore tanto solido fra canzoni distanziate vent’anni tra di loro, ma per gli Heathen questo avviene, e se una persona fosse a totale digiuno della loro musica, sentendoli questa sera non potrebbe dire quali siano i pezzi più recenti e quelli più vecchi. Scorticandosi le corde vocali, tutti intonano i classici di ieri e di oggi, e se grandi sussulti arrivano per le immortali
Goblin’s Blade,
Death By Hanging,
Opiate Of The Masses,
Mercy Is No Virtue, anche
Bloodkult e
Fade Away, tanto per nominarne un paio di più recenti, reggono il confronto a livello emotivo.
Dave White, al climax della gioia per la risposta dei fans, si butta tra il pubblico festante, stringe mani a più non posso a tutti quelli dall’altra parte della barricata, ringraziando a non finire i presenti. Soprattutto, canta da dio, spremendosi fino all’ultima goccia di sudore, così come tutti gli altri. Non una pausa, si diceva, solo il tempo di una breve uscita di scena, poi ancora sotto per il gran finale, celebrato come si conviene con una
Hypnotized da capogiro. Tutto perfetto, tutto splendido, non fosse per qualche ruga e qualche appesantimento dei cinque, potrei giurare di averli visti l’8 maggio del ’91. Peccato che allora avessi nemmeno 8 anni…