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TATTOO DEATH FEST

Area 51, Rozzano (MI)  -  15/05/2010


A cura di Giovanni Mascherpa

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Nato da una pazza idea di Clod The Ripper, tatuatore e bassista di Blasphmer, Modus Delicti e Septycal Gorge, nel 2004, il Tattoo Death Fest rappresenta ormai un must per chi mastica sonorità pesanti e anche in questa edizione presentava un esauriente spaccato della scena brutal italiana e internazionale. Dopo aver provato la formula della due giorni lo scorso anno, quest’anno si è tornati alla giornata singola, programmata all’Area 51 di Rozzano, locale di dimensioni contenute, adatto a un festival di nicchia, ma con uno zoccolo duro di aficionados che difficilmente marca visita negli appuntamenti che contano. Il bill si annunciava ghiotto e abbondante, con undici band allineate ai nastri di partenza e l’ora di inizio concerti programmata poco dopo le tre del pomeriggio. Da parte mia, c’era la curiosità di vedere all’opera alcune band già testate su disco e di scoprire il reale valore di un festival di cui avevo già sentito parlare gli anni scorsi ma al quale non avevo mai presenziato per un motivo o per l’altro. E come scoprirete qui di seguito, ne è valsa la pena.

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Persi i primi due gruppi, Logic Of Denial e Nefertum, la prima formazione vista all’opera è quella dei bolognesi Murder Therapy, esorditi nel 2009 con Symmetry Of Delirium. Siamo nelle fasi iniziali della manifestazione, eppure il pubblico si mostra tutt’altro che disinteressato e abbastanza numeroso, segno che gli intenditori del genere non vogliono perdersi proprio nulla di questa ricca giornata. Fan bene, perché i Murder Therapy fanno subito capire di che pasta sono fatti e si lanciano, freddi e chirurgici, nello sciorinare il loro brutal camaleontico e ricco di spunti moderni. Sono la band più giovane tra quelle presenti oggi e il loro sound è quello che più volge lo sguardo a lidi diversi dal brutal death in senso stretto. Le chitarre macinano riff dissonanti ed ermetici, preferendo spesso dialogare su ritmiche contorte piuttosto che sferragliare a velocità impossibili. Non che manchino tirate assassine, ma queste si abbinano a una ricercatezza nel suono molto marcata, che avvicina per certi versi l’operato dei ragazzi a quello dei Meshuggah. Cerebralismo e violenza a fiotti si sposano alla grande nelle loro composizioni, sfregiate senza misericordia dal growl del mastodontico Riccardo Meschiari, dotato oltre che di un gran cantato di una presenza on-stage monumentale, che sopperisce a quella più compassata dei suoi compagni. Per loro un’ottima prova, e anche il pubblico plaude convinto.

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Li avevo visti all’opera di supporto agli Isaacarum nell’ottobre scorso, al Marmaja, oggi me li ritrovo davanti in formazione ridotta all’osso, solo due elementi. Chiamati all’ultimo per sostituire i Bowel Stew, i Funeral Rape si presentano oggi semplicemente con chitarra e batteria, e il solo Madcock a occuparsi delle vocals. In queste condizioni le canzoni, già di per sé scarne come ogni gruppo grind che si rispetti, diventano molto essenziali e i Funeral Rape devono arrangiarsi come possono per tenere comunque viva l’attenzione dei presenti. L’impresa riesce, vuoi per la goliardia dei nostri, con dediche struggenti a “tutte le minorenni che la danno via per la ricarica del cellulare” e a “tutte quelle che si fanno scopare anche se hanno le loro cose”, vuoi per un pugno di pezzi che sanno coinvolgere e far muovere teste e corpi senza troppa difficoltà. Mutandina femminea in volto come sempre, i due Funeral Rape superstiti si guadagnano la loro pagnotta ed escono bene, tra risate generali di approvazione, dalla prova dell’Area 51.

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I Blashemer hanno da penare parecchio prima della loro esibizione: la necessità di effettuare il soundcheck tra un cambio di palco e l’altro porta molte insidie, e infatti per il combo brianzolo le cose sembrano non voler proprio girar giuste, e le facce dei suoi componenti prima di dar fuoco alle polveri la dicono lunga su come stiano procedendo i lavori di settaggio degli strumenti. Con molta fatica, e senza aver ancora trovato il bandolo della matassa, i nostri decidono di partire. Nei primi istanti di concerto si fa davvero molta fatica a capire qualcosa di quello che arriva dal palco, poi le cose migliorano e il brutal ultraveloce del quintetto spezza le reni del pubblico, fattosi ancora più folto e caldo che nelle precedenti esibizioni. Clod, l’organizzatore, sale per la prima volta sul palco a far tuonare il suo basso (ci tornerà poco dopo coi Septycal Gorge) e gli viene giustamente tributato un caloroso ringraziamento per aver di nuovo messo in piedi un evento di tale spessore. I Blasphemer, seppur con minutaggio ristretto dato il laborioso soundcheck, annichiliscono i presenti con uno show a rotta di collo, dove si segnalano come il gruppo più scatenato quanto a movimento on-stage e tra quelli più intricati e veloci allo stesso tempo. Le gorgoglianti lead vocals di Maniezzo, perennemente piegato in due per dar sfogo a tutta l’adrenalina che ha in corpo, sono a più riprese intervallate dagli interventi vocali degli altri musicisti, batterista escluso. Clod e il chitarrista Simone Brigo mettono in mostra due ottimi growl, diversi l’uno dall’altro, mentre l’altro chitarrista Marco Hasmann piazza qualche screaming per dare maggior varietà all’assalto frontale no-compromise della band. Allucinante anche la prova strumentale, su tutti quella del drummer Alexhammer Solaro, molto fantasioso nonostante debba sempre mulinare i suoi colpi ad altissimi voltaggi. Un po’ di sano cazzeggio e qualche battutaccia stemperano i toni tra un pezzo e l’altro, e il singer può anche concedersi un gesto di cortesia mostrando il deretano ai presenti, immortalati sul finale del concerto dalla videocamera del medesimo, intento a fissare per sempre la risposta appassionata di chi lo sta seguendo un metro più sotto. Anche per i Blasphmer una prova di ottimo livello, solo in parte limitata dall’esiguo minutaggio e da suoni così così.

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Una bella sorpresa il concerto dei Putridity. Il loro album d’esordio, Mental Prolapse Induces Necrophilism, è un discreto esempio di brutal death vecchio stampo, ma non rende giustizia a quanto i ragazzi sanno fare on-stage. Le loro composizioni, pregne di quelle parti slow soffocanti che hanno reso leggendario il primo death floridiano, hanno una marcia in più nel contesto live, dove mostrano confini più netti e meno caotici ed esprimono appieno tutto il potenziale distruttivo di cui sono dotate. Il singer Paolo grugnisce alla grande e Ciccio sfodera riff piacevolmente old-school, che scatenano il pogo più violento visto fino a questo momento. Il contesto zozzo e malato in cui sguazza la musica della band viene nobilitato da una perfomance di sostanza e carica di feeling morboso, laddove altri riescono ad accattivare il pubblico con tecnicismi assortiti, i Putridity mettono in mostra il lato più scellerato del genere, riuscendo nell’intento di schiantare tutti quanti con la propria miscela sonora. L’old-school va sempre di moda, meglio ancora se per riproporne le sue gesta ci si può avvalere di un batterista come BrutalDave, un uomo dotato di sei gambe a quanto pare, tale è la velocità metronomica alla quale fa viaggiare la doppia cassa. Va in archivio un’altra performance di spessore, e siamo solo a metà del guado…

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Antennine drizzate, please, qui si parla di fuoriclasse assoluti. I Septycal Gorge, con un album del calibro di Erase The Insignificant, rientrano di diritto nella schiera dei gruppi che fanno la differenza, nettamente staccati dalla massa e in grado di ergersi a guida di un intero movimento. La prova dello stato di grazia di questi ragazzi lo dà il concerto di oggi, che riesce a portare il livello dello scontro un gradino più sopra a quello delle bands precedenti, che già non scherzavano. Tecnica finissima e istintività a ruota libera si sposano nel più torbido degli incesti nella musica dei nostri, e le velocità allucinanti a cui sono lanciati i pezzi permettono lo stesso di cogliere tanti piccoli particolari e dettagli che rendono i Septycal Gorge fenomenali. BrutalDave e Clod sono una coppia ritmica da all-star game del death metal e lo dimostrano in questa sede al massimo della loro potenzialità; le due asce, anche se leggermente sminuite dal mixaggio, incastrano riff assassini a pioggia, non abbassando mai il livello di tensione, a tratti insostenibile. La band viaggia a mille all’ora, non dimenticandosi di piazzare alcuni stacchi cadenzati molto elaborati, e basa quasi tutta la scaletta sui brani del disco più recente. Da Aprioristic Discharge a Deformed Heretic Impalement, passando per Forgotten Faces Of Human Prism e Redneck Slanderous Mutation, tutto è micidiale dalla prima all’ultima nota. Ah, e non vi ho ancora detto del signor singer del quintetto: Mariano, a vederlo prima del concerto, lo si potrebbe scambiare per un tranquillo studente universitario senza troppi grilli della testa. Il classico bravo ragazzo, in poche parole. Sul palco, invece, questo ragazzo alto e magro, capello corto e faccia pulita, diventa l’orco degli incubi bambineschi più cupi. In piedi sulla cassa posta in orizzontale sul palco, il singer domina la scena con invidiabile carisma e si concede anche un paio di discese tra il pubblico, scatenando il putiferio. Interessanti i due nuovi brani proposti quest’oggi, Lobotomia e Ultima Lucida Follia, quest’ultima posta in chiusura di una set-list breve ma maledettamente intensa.

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Prima formazione straniera a calcare le scene sono i portoghesi Decrepidemic. Poco conosciuti dalle nostre parti, scontano nei primi minuti di esibizione un po’ di disinteresse da parte del pubblico, uscito a prendere una prolungata boccata d’aria al termine della prova dei Septycal Gorge. Sulla strumentale che dà il là al concerto, ci sono spazi vuoti piuttosto preoccupanti, e l’incedere cadenzato del primo pezzo non aiuta a portare gente davanti. Quando si sta per profilare la prima esibizione di giornata un poco sottotono, ecco che le cose cambiano; i tempi si fanno più movimentati, la band si lascia andare e inizia ad aggredire di buona lena, dandoci dentro con l’headbanging e scaricando una gradevole gragnola di colpi sulla platea.
Il pubblico inizia nuovamente a riempire l’Area 51, entra in sintonia con chi sta sul palco, infine esplode il mosh: a questo punto i Decrepidemic sono padroni della scena e il loro show è definitivamente decollato. Musicalmente i portoghesi sono artefici di un death leggermente più classico della maggior parte dei gruppi odierni, ma con la componente brutal ben in evidenza e una predilezione, scontato dirlo, per i tempi sparati. Anzi, più il tempo passa e più sembra che i nostri picchino duro, convincendo anche i più perplessi dopo le prime note della bontà della loro proposta. In mezzo al pogo selvaggio che caratterizza questa esibizione, si segnalano un paio di incursioni del singer, che parte a razzo dal palco per spingere al martirio tutti coloro che incontra al suo passaggio. José "Malhão" si rende protagonista di un paio di mattate del genere, pescando tra la folla anche chi sta seguendo il concerto pacifico e sereno e scaraventandolo nell’altro angolo della sala. Un bell’esempio di invasato che perde, giustamente, i freni inibitori durante l’esecuzione della propria musica. Anche per loro pollice alto.

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Che bellezza uscire a fare un giretto all’aperto e, al rientro nel locale, vedere quattro losche figure col camice insanguinato e la mascherina al collo attaccare convinti un pezzo death/grind coi contro cosiddetti. Ancora il Portogallo a farla da padrone al Tattoo, va in scena la depravazione degli Holocausto Canibal, che si vedono omaggiati del miglior settaggio di suoni di tutto il pomeriggio. Note finalmente nitide e potenti, senza disturbi di sorta, fanno da propulsore alla buona vena dei grinders lusitani, che rispetto ai connazionali Decrepidemic non hanno nemmeno bisogno di qualche minuto di rodaggio per prendere confidenza con la situazione. Brani brevi e in your face, ma suonati con buona perizia tecnica e senza abusare di manierismo, caratterizzano la discografia dei quattro, delle macchine da guerra irrefrenabili sul fronte live. Il mosh si fa ancora più violento, e seppure non coinvolga chissà quante persone non cessa mai il movimento sotto il palco, tanta è l’intensità degli Holocausto Canibal, che non si concedono, e non concedono, respiro alcuno. Il cantato portoghese dà quel tocco esotico che non guasta mai, e i titoli dei brani suonati sono tanto divertenti quanto aggraziati. Cito tra gli altri Vulva Rasgada, Violada Pela Moto-Serra, Fetofilia – Incestuosa Sodomia Fetal, ma tutta la tracklist viaggia su questi toni. La scomodità di suonare con camice e mascherina fa sì che questo pittoresco orpello venga eliminato tempo di due-tre pezzi, ma anche senza fare tanta scena gli Holocausto Canibal impalano come si deve gli astanti e se li mangiano con mucho gusto.

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Arriva l’ora dei Mass Infection, act greco con i Nile come grande chiodo fisso. Il gruppo ellenico, piazzato appena prima degli headliner, ha il compito di tenere vivo l’interesse degli astanti sulla dirittura d’arrivo del festival, giunto con questa band alla penultima esibizione. Il quartetto innesta la quinta e, battendo parossisticamente sulla falsariga del combo di Karl Sanders e Dallas Toder-Wade, si mette a picconare con giudizio i crani di chi ascolta. I suoni sono perfetti, la doppia cassa avanza come una mitragliatrice spianata, e addirittura qualche accenno di melodia riesce a farsi spazio nel marasma complessivo. Il singer/chitarrista George si districa molto bene anche in veste solista, regalando solos puliti e molto atmosferici, una rarità nel contesto odierno. Molte le facce compiaciute viste nelle prime file, anche i Mass Infection hanno fatto breccia nell’animo dei presenti. Due album finora all’attivo per l’ensemble greco, Atonement For Iniquity e The Age Of Recreation, il consiglio è di andare a spulciare nel vostro negozio di fiducia per reperirli, la sostanza c’è tutta e questi quattro deathsters meritano incondizionato supporto.

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La grande maratona brutal si va a concludere con i Vomit The Soul, assurti al ruolo di headliner dopo la cancellazione dello show dei greci Miseration, che hanno annullato il loro tour a pochi giorni dal Tattoo. Tocca allora agli autori di Apostles Of Inexpression dare l’ultima spallata, che si fa attendere più del dovuto per problemi incorsi durante il soundcheck. Come altre band, il settaggio dei suoni è assai difficoltoso, e l’esibizione riesce finalmente a cominciare quando ormai mancano solo una ventina di minuti a mezzanotte. Più che un concerto da headliner, pare il momento clou di una rimpatriata tra vecchi amici: tanti i componenti degli altri gruppi stretti attorno al palco, ci sono scambi di batture continui tra chi suona e chi guarda, in un clima che si potrebbe quasi definire famigliare, ma arroventato come si deve quando sono gli strumenti a parlare. Nonostante suoni approssimativi, con la batteria un po’ bassa, la chitarra di Massi sovrastata da quella di Max, anch’essa udibile con una qualità non perfetta, lo show dei quattro è terrificante per precisione, amalgama tra le parti, compattezza, groove abbinato a un istinto selvaggio talmente ben controllato da fare ancora più paura che se non fosse lasciato a briglia sciolta. Dal vivo le song dell’ultimo album non perdono un grammo di pesantezza e anche le parti più intricate reggono il confronto con quelle prodotte in studio. Tre membri su quattro della formazione sono piuttosto controllati nello stage-acting, mentre il chitarrista/cantante Max è letteralmente scatenato e si sobbarca per intero il compito di intrattenere il pubblico. Tolti gli occhiali e imbracciato il proprio strumento, il singer dei Vomit The Soul diventa un animale da palcoscenico irrefrenabile, occhio sbarrato e growl tale e quale a quello del cd, e chi lo conosce sa dire di quanta crudezza e inumanità si faccia portavoce. Riff grassi e minacciosi sgorgano dalle chitarre a formare un muro spesso e pastoso, irrorato da patterns di batteria fantasiosi e da linee di basso uniche in questo campo, spesso su una lunghezza d’onda diversa dal resto della band. Un’esibizione di grande caratura, purtroppo durata troppo poco, perché l’ora si fa tarda e c’è necessità di chiudere, non prima di una Portraits Of Inhuman Abominations in cui Max invita tutti a salire sul palco a far casino. Una scena sempre bellissima, quella dell’invasione di palco, degno finale di una giornata pregevole, che credo abbia lasciato un bel ricordo in tutti i presenti.

QUALCHE FRATTAGLIA TROVATA QUA’ E LA’ PULENDO IL MACELLO…

Era la prima volta che partecipavo a questo festival, e devo dire di esserne rimasto favorevolmente impressionato, per tanti motivi. Prima di tutto, il livello qualitativo delle band presenti ha viaggiato costantemente tra il medio-alto e l’altissimo, poiché credo che chiunque ascolti un minimo di brutal debba ammettere che ad oggi gente come Septycal Gorge, Vomit The Soul, Blasphemer, sia al vertice della scena, e in generale chi si è visto suonare in questa sede merita tutto l’interesse possibile da parte dei fans. Non ci sono stati riempitivi o attimi di stanca, solo grande musica per tutto il pomeriggio e la serata. Penso sia giusto sottolineare anche il clima dell’evento, molto rilassato e caratterizzato da un alto livello di coinvolgimento del pubblico, presente in buon numero fin dai primi show e sempre attento a tutto quanto accadeva sullo stage; anche tra i musicisti si è notato un forte affiatamento, al di là del gruppo di appartenenza si è visto uno spirito di collaborazione e un sostegno reciproco che non è poi così comune trovare in giro. Gli unici problemi sono arrivati dalle operazioni di soundchck, che hanno talvolta richiesto un leggero taglio nella durata delle esibizioni, ma è un peccato veniale se confrontato con l’abbondanza di offerta del Tattoo. Non resta che fare i complimenti più sinceri all’organizzazione, e invitare tutti quelli che hanno solo una minima curiosità riguardo al genere di venire a fare un salto all’edizione del prossimo anno, non si pentiranno di certo.

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