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FIESTA PAGANA

Shmerikon (CH)  -  30/04/10


A cura di Matteo Giangrassi

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È la cittadina di Shmerikon, località ridente e decisamente a misura d’uomo situata nella Svizzera tedesca nei pressi di San Gallo, a ospitare la seconda edizione del Fiesta Pagana, festival metal originariamente orientato su sonorità appunto pagane e folkeggianti che quest’anno decide decisamente di aprire il proprio range di bands a orientamenti più ampi ed eterogenei. Un buon antipasto per prepararsi alla stagione dei festival estivi.
Quella di cui ci occupiamo in sede di report è la giornata del 30 aprile dedicata per lo più a metal melodico, sonorità pagan/folk, rock’n’roll e punk hardcore, che ha come punte di diamante le esibizioni di Stratovarius, Exploited ed Equilibrium, ma che non mancherà di riservarci gradite sorprese nonostante, a livello di pubblico, a fine serata probabilmente non si arrivi nemmeno ai cento paganti.

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Ad aprire la giornata in tarda mattinata sul palco principale sono gli elvetici Addicted, band giovane autrice di un metal fin troppo melodico che va a ricalcare troppi standards e cliché. La prova dei singoli non è da buttare ma sia on stage che, soprattutto, in fase di scrittura, il lavoro da fare è ancora tanto.

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Seguono i Gonoreas, band invertita di giornata coi Van Canto (che al Gods of metal si esibiscono dopo gente come Udo e Devin Townsend…), che si dimostra la prima vera sorpresa della giornata. Heavy metal ottantiano e tellurico con spunti più marcatamente hard rock e a volte southern nelle chitarre, ottimo il lavoro alla sei corde del virtuoso Damir Eksic. Da sottolineare anche l’ottima prova vocale di Gilberto Melendez, singer di origine venezuelana, che se la cava alla grande sia sui registri più alti che sulle parti maggiormente “teatrali” nelle quali riesce a far echeggiare lo spirito del Maestro Ronnie James Dio (R.I.P.) .

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Il primo gruppo dall’attitudine punk ad esibirsi oggi sono gli Al & the blackcats. Attualmente in tour con gli Exploited, il trio, composto da chitarrista/cantante, batterista e contrabbassista propone un divertente rock’n’roll/rockabilly riletto in salsa punk rock su tempi sempre medio alti. Tra le canzoni riconosco la cover di Astro Zombies dei Misfits. Non essendo un fan del genere la loro esibizione dopo un po’ comincia ad annoiarmi ma il pubblico sembra apprezzare fino al finale, affidato a Stand By Me di Ben E. King, rivista in versione punk rock.

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Viene ora il turno del primo gruppo dalle sonorità consone al nome del festival, nonchè dell’unica band italiana presente nella tre giorni di concerti: i Furor Gallico. Agghindati di tutto punto e con il primo, omonimo, full lenght in uscita, gli otto – classica formazione a cinque a cui si aggiungono violino arpa e un polistrumentista - attaccano il pubblico con il proprio celtic/folk metal combattivo e divertente, ma al contempo sognante e ricercato. Senza dubbio il continuo mix di generi e atmosfere, l’ottima amalgama con cui vengono sovrapposte (oltrechè strumentale) e brani dalle strutture e dai sapori decisamente eterogenei, fanno di essi un unicum nella scena folk metal attuale. Canzoni come Venti di Imbolc, Curmisagios, Cathubodva, Miracolous Child e la bellissima Medhelan mostrano al coinvolto pubblico elvetico la maturità compositiva del promettente combo lombardo, accompagnata da una prestazione live decisamente trascinante (il frontman Pagan è proprio bravo), divertente e dall’alto impatto emotivo. La bandiera insubre è fieramente piantata anche nelle neutrali terre svizzere!

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Seguono le Crucified Barbara, primo gruppo del festival ad avere un nome già affermato a livello internazionale. Le quattro svedesi ci propongono un mix di heavy metal e hard rock, suonato con piglio senza sbavature ma troppo semplice e canonico per risultare di vero interesse dopo i primi dieci minuti di show.

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Discorso differente per i Varg. Avevo sentito parlare di infiammanti show dal vivo capaci di far impazzire la folla. A muovere il pubblico svizzero in modo degno oggi non ci riuscirebbero neanche gli Slayer nel tour di Reign in Blood ma i nostri, pittati dalla testa ai piedi, provano a fare del proprio meglio. Ne esce un buon concerto, non certo memorabile ma sicuramente coinvolgente e ben eseguito. Il pagan black immediato e ficcante della band porta le prime file a un headbanging incessante (è già un miracolo), con molti estratti dal nuovo Blutaar.

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Dopo aver mangiato si abbatte su di me in modo inesorabile la stanchezza causata dalle quattro ore di sonno spezzettate in due giorni, sommate alle otto di lavoro e alle quattro di viaggio; a darmi la botta finale sono gli svizzeri Ravenheart che mi accompagnano delicatamente a terra con un power metal ipermelodico e a tratti veramente melenso che sembra non finire mai, nonostante la band sul palco si comporti tutt’altro che male.
Meglio i tedeschi Fahnenflucht, gruppo a me totalmente sconosciuto fino ad oggi, che ci propongono un hardcore tradizionale con parecchi innesti melodici e cantato in lingua madre.

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Purtroppo da lontano seguiamo la prestazione dei Cumulo Nimbus, band dedita a un folk metal non proprio come lo si intende oggi, che pesca molto dagli Skyclad ma maggiormente concentrato sugli strumenti acustici e atmosfere fiabesche e rinascimentali date dai flauti dal violino e dallo zither, strumento a corde tipico della Germania del sud. La tenuta del palco e la presenza scenica sono buone, a non convicere appieno è l’amalgama non sempre perfettamente riuscito degli strumenti acustici con quelli elettrici. Comunque una scoperta d’interesse.

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A rigenerarci, anche se parzialmente, dalla immane stanchezza che si abbatte su di noi è l’ondata adrenalica a base di sano e puro rock’n’roll emanata dalla prestazione dei Carburetors. Il quintetto norvegese, che annovera tra le proprie file un sosia di James Hetfield ed uno, veramente indiavolato, di Raul Cremona (tale Kai Kidd), sembra letteralmente uscito da un casting di Grease ma permeato dell’anima dannata di Jerry Lee Lewis. Del piano però qui non v’è traccia, il rock’n’roll tutto party, donne, motori e aroma ascellare del gruppo nasce dalle classiche due chitarre, un basso, una batteria e una voce rude e ammiccante. I brani proposti non spiccano certo per strutture o varietà ma è il modo in cui i Carburetors ce li sbattono in faccia a conferire ad essi quella spinta in più. Tra invasioni nel pubblico, fuochi e una chitarra che spara fiammelle sul pubblico (distrutta a fine show dal “Vero Re dei tamarri” Raul Cremona) il quintetto esce tra le urla, gli abbracci e gli applausi di tutta la folla, grandi!

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Data la pausa praticamente inesistente tra gli show ci perdiamo buona parte dello show dei Neaera per rifocillarci a dovere. La band, che ha saputo cavalcare degnamente l’ondata metalcore degli ultimi anni pur senza eccellere particolarmente, dimostra fin dalle prime battute di saperci fare, coinvolgendo il pubblico grazie a una prestazione potente e precisa, accompagnata da suoni precisi e ben calibrati. Il loro è mix di metalcore e death melodico accompagnato da soventi breakdown carichi di groove, guidato dall’ottimo (anche se troppo monotematico) timbro vocale di Benny Hilleke; sicuramente d’impatto immediato, dopo una manciata di canzoni però la mia attenzione tende a scemare data la varietà praticamente nulla della proposta.

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Tralasciando commenti sull’esibizione degli svizzeri Lunatica (metal melodico con cantato femminile sullo stile dei Nightwish ma alquanto più scialbi e insignificanti) durante la quale sotto al palco si consumano teneri siparietti da Orsetti del cuore imbastarditi con la follia allucinogena di Paura e delirio a Las Vegas, arriviamo al primo dei veri headliner della serata: gli scozzesi Exploited. Credo non ci sia nulla da presentare, che piaccia o meno palco stanzia un pezzo di storia del punk e dell’hardcore che da oramai più di trent’anni macina dischi e concerti con un’attitudine immutata dall’inizio della propria carriera. Attitudine che si può sinteticamente riassumere con Fuck the system, che apre alla grande il concerto dei quattro punk. Della formazione originale sono presenti solamente i fratelli Willie (batteria) e Wattie (voce) Buchan. Quest’ultimo, abbandonati i dreadlocks e ritornato alla più tradizionale cresta, nonostante l’età ma sopratutto gli anni di eccessi, sembra decisamente in forma, nonché una persona apparentemente tranquilla (così ci è parso durante tutta la giornata, in cui ha gironzolato per il festival dimostrando interesse per le bands più punk-oriented, senza mostrare il minimo atteggiamento da star) e dedita a ciò che più ama al mondo: il punk. È quasi emozionante vedere il suo sguardo soddisfatto nel vedere la gente divertirsi sotto al palco, nonostante la pioggia torrenziale che scende durante l’intero show. La band ripaga il pubblico con un grande show che pesca brani da tutta la carriera e li ripropone in versione ancora più veloce e selvaggia. Si va da Dogs of War, Porno Slut, Fight Back per arrivare a Beat the bastards, Fuck the USA, alle storiche Sex and Violence e Punk’s not dead, posta in chiusura di un grande concerto.

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Ancora sul palco centrale: ad esibirsi prima degli headliner sono i tedeschi Equilibrium. Forti di due successi come Turis Fratyr e Sagas e con un nuovo album pronto ad uscire sono tra i nomi più noti della scena viking/folk europea. La pioggia va affievolendosi e il grosso della gente è presente sotto al palco prima della loro esibizione. Recenti i cambi di formazione che vedono Robert Dahn come nuovo frontman e Tuval Rifaeli dietro le pelli. La cosa che si nota subito è che il ruolo di tastierista, occupato in studio dal chitarrista Robin Zielhorst, viene lasciato vacante, affidando l’intera e corposa parte di tastiera a registrazioni programmate. Il concerto inizia con Prolog auf verden, da qua in poi i brani saranno quasi equamente suddivisi tra Sagas e Turis Fratyr. La band suona bene, i nuovi innesti non mostrano incertezze ma la mancanza della tastiere, già di per se piene di synth e decisamente protagoniste nel suono del quintetto tedesco, rende troppo artefatta e poco “live” la loro esibizione.

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Sempre più distrutti arriviamo al gran finale. Dopo un lungo cambio di palco si presentano finalmente davanti al Fiesta Pagana gli Stratovarius.
Avevo avuto occasione di vedere la band solamente una volta durante uno sfortunato Gods of Metal in cui, causa maltempo, l’esibizione dei cinque svedesi era stata rimandata al giorno successivo, più o meno all’ora di pranzo. L’impressione che ne ricavai non fu negativa, ma nemmeno esaltante. Ebbene, dopo la lenta discesa, tutte le problematiche ed infine l’agognata separazione con l’ex mastermind Timo Tolkki gli Stratovarius sono tornati in pista per far ricredere tutti quelli che li avevano dati per finiti o addirittura derisi durante questi anni bui.
Trovata la giusta alchimia con il nuovo chitarrista Matias Kupiainen, abbandonate le liti, i conflitti legali e le pressioni delle grosse etichette, i cinque di Helsinki riescono, per una sera, a riportare la mia mente allo spensierato e genuino inizio adolescenza, ai brufoli, e al Metal will never die scritto da tutte le parti. Gli Stratovarius infatti sono stasera autori di un concerto con la C maiuscola. Inizio atipico con la storica, lunga ed elaborata Destiny, utile a Kotipelto a scaldare la voce che arriva al meglio sulle successive Hunting high and low e Speed of light, per non dare più alcun segno di cedimento per l’intera esibizione. I suoni sono cristallini e perfettamente bilanciati e la band offre una prova di grande coesione e affiatamento. Kupiainen dimostra di essere in grado di non sentire la pressione dell’ingombrante (in tutti i sensi) ombra di Tolkki riuscendo a riprodurre in modo pulito e convinto ogni sua parte. Kiss of judas e i suoi ricordi fanno venire qualche brivido a chiunque abbia iniziato ad ascoltare metal ai tempi di Visions e Destiny. Un excursus negli ultimi album con Eaglehart, Forever is today intervallate da A million light years away, Phoenix e Twilight Symphony. Finale da brivido con una stupenda Forever da pelle d’oca e lacrimoni, proprio come la si sentiva e sognava su Visions of Europe. Il gruppo si assenta e rientra poco dopo calando gli assi che li portano a conquistare bottino pieno: Paradise e Black Diamond, interpretate in maniera magistrale.
Si chiude così la prima e per noi unica e distruttiva giornata del Fiesta Pagana, nel migliore dei modi, con un piacevole ed entusiasmate tuffo nel passato.

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