Per il quarto anno consecutivo i
Cynic, grazie alla collaborazione di
Nadir Music, scendono in Italia nel periodo estivo con la missione di allietare le nostre calde giornate prima delle tanto attese vacanze. Questa volta la curiosità è ancora maggiore perché c’è un nuovo Ep,
Re-traced, da promuovere, che introduce parecchi esperimenti e alcune novità nel suono cinico.
L’immancabile appuntamento ha luogo al
Mephisto, piccolo quanto storico locale situato nelle campagne del Monferrato. Se la scelta della location inizialmente avrà fatto storcere il naso ai più, alla fine del concerto si rivelerà perfetta e capace di valorizzare le qualità peculiari del gruppo statunitense: tecnica strumentale e forte impatto emotivo, grazie a dei suoni veramente puliti e bilanciati (impossibile da credersi considerando che il locale è stato ricavato da una ex cantina) ed a un’atmosfera unica ed amichevole che i Cynic contribuiranno a rendere quasi magica.

Purtroppo, a causa di un tour per le campagne alla ricerca del locale, mi perdo l’esibizione dei
Noumeno, band progressive strumentale di Roma. Tocca quindi ai
Grinning shadows farsi valere sul piccolo palco del Mephisto. La formazione a sei del gruppo si esibisce praticamente incastrata come puzzle per problemi di spazio. La proposta dei mantovani non è perfettamente inquadrabile in un genere predefinito, ma suona come un mix di influenze gothic/black, epic power della seconda metà degli anni ’90 e sfumature di death melodico ed heavy metal, che vanno a fondersi e alternarsi nelle composizioni con un discreto ritmo. La voce di
Mario Farina è accompagnata da quella di
Silvia Rigoni e dallo screaming del chitarrista
Simone Cirani , che contribuisce a tessere le trame melodiche assieme alle tastiere di
Lorenzo Pini, assieme non troppo fantasiosi ma fondamentali per fare da collante al tutto. Anche la sezione ritmica fa il suo dovere passando spesso da momenti più tesi ad altri più enfatici. L’attitudine sul palco è buona e riesce a coinvolgere i pochi presenti che ne salutano l’esibizione con un caloroso applauso.

Il tempo di scambiare due chiacchiere e fare qualche foto sul terrazzo che da sul locale con i Cynic, assolutamente umili ed incapaci di sentirsi delle star (adorabili), ed ecco provenire dal palco una terremotante onda energetica. Gli autori di tutto ciò sono i
Nerve, quartetto genovese dall’ottimo potenziale, da quanto sentiamo provenire dal palco questa sera. La band ci aggredisce frontalmente con scariche di death metal freddo e tecnico avente nel groove la sua Bibbia, che va a mescolarsi con sfuriate thrash e qualche influenza metalcore. Suono che tende a ricordare proprio quello dei compaesani e compagni d’etichetta
Ritual of Rebirth (con i quali condividono anche il chitarrista
Ermal), solo più diretto e meno melodico. Durante le canzoni viene fuori tutta la tecnica individuale di ogni membro tra assoli di chitarra, lo stacco jazz del basso di
Jacopo, ritmiche dispari e la bellissima rullata con cambio di intensità del batterista
Massi. La voce di
Fabio passa agevolmente dal pulito più o meno acuto allo scream e al growl. Non tutte le canzoni risultano al contempo pesanti ed originali, a volte la band insiste su ritornelli dalla melodia facile in stile metalcore che personalmente non amo più di tanto, in altre riesce veramente a far staccare il collo dalla testa, come nelle ultime due canzoni proposte,
Mescaline e l’originale e devastante
Generation lost, che va ad incensare una prova terremotante.

Tempo del cambio palco e ammalianti fasci di luce blu che partono dai piedi del palco, coadiuvati da una coltre di fumo, trasformano il Mephisto in una sorta di limbo da cui tutti i presenti partiranno per poi tornare alla realtà circa un’ora e mezza dopo.
A proiettarci direttamente tutti nello spazio ci pensa
Veil of Maya, accolta dal boato di un pubblico calorosissimo. La band, tanto per cambiare, dimostra subito di essere in una forma strepitosa, (i quattro si intravedono a fatica a causa del palco non rialzato)
Reinert è la perfezione fatta a batterista: tecnica, precisione e fantasia portate all’ennesima potenza. A impreziosire ancor di più la sezione ritmica con sfumature sempre diverse, nonché a dare la marcia in più alla melodia, ci pensa
Robin Zielhorst, oramai perfettamente amalgamato e diventato elemento cardine della band quanto lo fu
Sean Malone.
Tymon Kruidenier, a sua volta, è tutto tranne che un semplice secondo chitarrista, in possesso di un tocco chitarristico fantastico ed espressivo nelle growling vocals. Infine,
Paul Masvidal è semplicemente la guida spirituale di questo viaggio, il profeta che tiene in mano i suoi discepoli e li accompagna nel viaggio portando a tutti un unico messaggio in cui musica e spiritualità si fondono alla perfezione.
Il tempo di un applauso alla fine della canzone ed ecco che si attacca subito, decisi, con
Celestial Voyage. Quel che salta subito alla mia mente è che non si vuole perdere tempo, per eseguire tutto il possibile. E sarà proprio così, l’intero
Focus, in ordine, verrà proposto dalla band in una veste quasi rinnovata a livello sonoro con suoni più rotondi, soprattutto quelli delle chitarre, che assieme all’atmosfera creata dal piccolo locale e i giochi di luce rende lo stesso Focus più intimo, atmosferico e fusion che mai, regalandomi lunghi brividi corporei durante
Sentiment, Textures e
How could I. Oramai persi inesorabilmente per lo spazio affronteremo un viaggio ulteriore, passando da un livello fisico ad un livello mistico/spirituale.
Nunc Fluens ci introduce in questo trip facendo da preludio alla stupenda
This space for this in cui la voce di Masvidal si fa più morbida, umana e consapevole regalando emozioni uniche. Ci si domandava se con l’uscita del nuovissimo Ep
Re-Traced alcuni brani venissero riproposti nelle nuove e più essenziali versioni. La risposta è negativa, c’è però spazio per
Wheels within the wheels, unico brano inedito presente nell’ultima uscita che sembra mostrare quella che sarà la nuova via da percorrere per il combo, sempre più lontana dai virtuosismi vorticosi che la fanno da padrone; non preoccupatevi, il tutto è ancora presente per ora, anche se in modo più parsimonioso, e fa da sfondo e arricchimento a una musica più essenziale ma ancor più sentita e dolce; per farla breve, pensate a una versione più “
Dredgiana” e soft di Traced in the air. Non caso a fine canzone Masvidal, dopo essersi congratulato col pubblico per la meravigliosa accoglienza, dirà:”Are you ready for more love?”. Ed ecco
King of those who know, bellissima, capace di portarmi quasi alle lacrime. Arriviamo verso la fine, quasi tutto è stato eseguito, le percussioni di Reinert stanno per introdurci nei meandri tribali di
The Unknown guest ma, putroppo, è solo un, pur bellissimo, cappello introduttivo ad
Integral Birth ,che chiude il concerto.
Il viaggio è finito, l’enigmatica voce femminile che ci ha guidato tra una canzone e l’altra ha smesso di parlare, è ora di aprire gli occhi e tornare alla realtà in qualche modo, rinnovati e forse più consapevoli. Sicuramente ancora una volta più consapevoli del fatto che siamo di fronte a un’entità unica e ispiratissima e che le band come questa sono più uniche che rare.