A cura di LA FALLEN ANGEL
Grande pubblicità e quindi grandi aspettative per questa band del New Jersey, U.S.A., dai molti membri, però, di origine russa o ucraina, facilmente intuibile dai nomi, al loro disco d’esordio.
Nome e cover (da notare l’art-work del cd, davvero curato e ben scelto) esaltano atmosfere gotiche e malinconiche, ma l’album in contrasto è una vero concentrato di energia.
In generale, The Calling ci offre un bel mix di generi ed atmosfere, pur essendo chiara la sua matrice power/progressive più che symphonic metal, nonostante la voce femminile ricordi molto quella di Sharon dei Within Temptation. Questo perché il segreto sta tutto nella chitarra, grandissima protagonista indiscussa, con un Bill Visser davvero sorprendente! Eccezionale nella tecnica, ottimo shredder, molto ispirato da grandi band come Symphony X, Rhapsody of Fire, Stratovarius ecc.. Non a caso in questo album come guest appare proprio il bassista dei Symphony X Michael LePond.
Parlando invece della voce, passa un po’ in secondo piano non solo per i poderosi tappeti di chitarra, ma anche per la sua leggerezza eterea. Come ho già detto, Slava non ha un timbro molto forte o impostato e ricorda molto la voce di Sharon dei Within Temptation. Giusta scelta, tra l’altro, perché una voce più potente o impostata avrebbe reso il sound, già così ricco, troppo pesante e ridondante. Slava usa più la voce piena, molto calda e soave, del falsetto, cosa che preferisco perché nei registri di testa da l’impressione di essere un po’ “appesa” sulle note più alte.
Tastiere ed orchestrazioni, come la voce, sono si presenti ma hanno più che altro la funzione di riempitivo e guida per Slava, accompagnando la chitarra con accordi, mentre Visser si scatena in scale velocissime, tapping, armonici ed assoli mozzafiato.
Anna mostra la sua bravura ai tasti specialmente negli intro e nei due pezzi strumentali dell’album, dove ci regala dei bei virtuosismi classici.
La batteria, invece mi ha molto delusa, soprattutto per come è stata registrata. E’ palese all’orecchio l’uso di una batteria elettronica non giustamente arrangiata, risulta infatti sintetica, artificiosa, con un effetto davvero sgradevole soprattutto sui piatti, usati, tra l’altro moltissimo un po’ in tutte le tracce. Questo esalta anche delle scelte stilistiche del batterista non propriamente in linea con il sound di alcune canzoni, come in Life Saving Flame, dove un doppio pedale mitragliato c’entra ben poco e rovina il climax della traccia. E’ purtroppo molto disturbante.
Sinteticamente parliamo ora un attimo delle canzoni di quest’album, che si apre con il bel intro epico di Gladiator, canzone palesemente ispirata al film omonimo con Russel Crow, ed anche una delle più lodevoli del cd, bella carica e potente.
Anche la seguente Tears of the Sun è meritevole di nota, con una bella apertura di chitarra power/progressive seguita da un tappeto piuttosto aggressivo in tremolo picking. Buono il climax e molto orecchiabile.
Dark Horizont entra anche lei nel podio iniziale con la sua facilità d’ascolto, data da un intro incalzante, con un bel effetto vento e cori, che si ripete facendo da base ai ritornelli dove la voce di Slava risulta molto calda ed avvolgente.
Più cattiva è Ice Queen dove troviamo un tentativo di aggancio a branche più estreme, con l’aggiunta di qualche urletto in growl di poco conto, davvero trascurabile ed anche piuttosto bruttino da sentire. Da notare l’intro ed il finale.
Di Life Saving Flame abbiamo già detto quanto la batteria influisca negativamente su un sound che invece risulta molto azzeccato e piacevole, un vero peccato.
Chiaro omaggio a Capriccio in La Minore degli Stratovarius è N° 3/23 in A Minor, dove il duetto chitarra/tastiera ci regala delle belle emozioni e virtuosismi classici, con un grande impatto strumentale.
Ed ancora la batteria convince poco in Mask in the Mirror dove però è da notare il bel contrasto voce-chitarra.
Bel assolo iniziale di tastiera invece per Secrets of the Past, che ricorda molto le atmosfere delle danze macabre, oscuro e gotico, che, però, a sorpresa, sul finale sfocia in una melodia orientaleggiante, con strofe cadenzate. Anche qui nei ritornelli ritroviamo qualche spunto growl assolutamente trascurabile, bella invece la chiusura di chitarra.
E qui siamo quasi a fine cd, anzi, avrei preferito che a concludere fossero state proprio The Storm e The Calling, dove la prima fa da intro alla seconda, al posto di Last Quest che sinceramente non aggiunge né toglie nulla alle altre canzoni già presentate.
Invece la coppia The Storm-The Calling è ben assortita e ci regala delle piacevoli atmosfere symphonic e leggermente gotiche, con notabili orchestrazioni che comunque non fanno scemare la carica epicamente power di base.
Concludendo, The Calling è un album sospeso tra il classico power/progressive e la voce femminile alla symphonic metal, un bel esperimento anche se, dalle aspettative, sinceramente credevo di trovarvi qualcosa di più. Senza infamia e senza lode si fa strada in un panorama che spesso risulta saturo di band valide ma non eccelse.
Consigliato a chi ama i virtuosismi di chitarra e ha la mente aperta alla sperimentazione.
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