A cura di Valerio Ferrari
Qualcuno senz’altro ricorderà dentro di se quando è uscito “Imaginations From The Other Side” dei Blind Guardian...un disco inaspettato, con un sound inaspettato e con un ‘nuovo’ concetto di metal da sbandierare a tutto il mondo; c’era di tutto dentro a quelle nove tracce, gli echi del passato e le previsioni per il futuro, quanto era stato detto e quanto ancora doveva essere conosciuto…e questa introduzione vuol solo mettervi a conoscenza che gli Orden Ogan mi hanno fatto lo stesso effetto.
E non a caso la band tedesca annovera i maestri di Krefeld tra i propri ispiratori…ma paradossalmente, la musica proposta dal quintetto in questione non è da considerarsi clone dei mitici Blind. Al contrario, perché gli Orden Ogan creano un loro sound, miscelando giuste quantità di epic metal, un certo ampio gusto per le ritmiche taglienti care a gente come Iced Earth e ampliando il tutto con venature power e innesti cari al pirate metal (quello vero dei Running Wild). Il tutto ovviamente arrichito di orchestrazioni, piccoli sinfonismi che fanno risaltare ancora di più le ampie strutture corali di cui è composto questo disco. Se parliamo di suoni, beh, anche qui hanno unito il moderno all’old style; le chitarre suonano molto anni 90 mentre batteria e basso subiscono le influenze da studio moderne…grande cura per le voci, sia nel cantato, dove Seeb mette in luce le sue robuste e graffianti corde vocali, che nell’ensemble costruiti per i cori che donano un effetto quasi caotico durante l’ascolto. Produzione curata, performance sopra le righe e mixing adeguato sono solo le ciliegine sulla torta di questo combo che alle sue spalle ha soltanto un’uscita discografica, di due anni or sono!
A partire dall’intro “Rise And Ruin” non si può far altro che applaudire le idee del quintetto tedesco, con il suo crescendo orchestrale che strappa da sola più di un applauso nei suoi soli due minuti…e se “Nobody Leaves” risulta essere una track un po’ ‘graffiante e ‘progeggiante’, le successive “Goodbye” e “Easton Hope” urlano al capolavoro, date le strutture serrate, i continui cambi di tempo e di melodie e due cori easy, ma che performati dal vivo brilleranno per immediatezza. “Welcome Liberty” torna su strade più hardeggianti, grazie al suo incedere marziale, mentre “Nothing Remains” rimane la track più power del contesto, passando per una tetra ed epicheggiante “All These Dark Years”. Si abbassa un po’ la tensione con la malinconica “Requiem”, passaggio a base di orchestra e arrangiamenti melodici che si estranea dal contesto di tutto “Easton Hope”. “We Are Pirates”, nonostante i suoi sette minuti di durata, è il ‘singolo’ del disco, ovvero è la song più immediata e che mostra un lato piuttosto scanzonato e dissacrante all’interno di un contesto oscuro che popola le lyrics del disco. Chiudono le tracce a nome di “The Black Heart”, canzone senza infamia e senza lode sulla falsa riga di tutto il resto del disco, tra velocità e sorprendenti cambi di tempo, e “Of Downfall And Decline”, che con i suoi otto minuti diretti mette in mostra nuovamente il lato epico del songwriting della band unito a certe soluzioni moderne (ascoltate tastiere e basso).
Concludo affermando che gli Orden Ogan sono una nuova realtà che, se da un lato ha fatto propri tutti i messaggi delle grandi band connazionali, dall’altro può vantare una incredibile maestria nell’arrangiare e rendere magicamente nuove certe soluzioni che ad un primo ascolto possono sembrare già sentite. Un disco bellissimo, di una band giovane discograficamente ma con un’esperienza (anche in sede live) già maturata da tempo…correte a comprarlo, fatelo vostro specie se siete amanti dei generi in questione perché non vi deluderà. Attendiamoci grandi cose!
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