A cura di Valerio Ferrari
L’originalità delle idee nasce sempre dal background che ogni singolo elemento di una band porta con se; è sempre stato e sarà sempre così, e non perchè le note sono sette o perchè ogni genere ha ormai detto tutto di se, ma perchè in ogni creazione di ciascuna band si respira aria diversa, atmosfere create secondo schemi differenti e suonate con altrettante differenze che determinano il playing style di ogni musicista.
Di conseguenza, marchiare a fuoco gli Heavenly con il monicker “melodic speed metal band” è senz’ombra di dubbio un errore grossolano che non si dovrebbe fare…intendiamoci, lo speed metal c’è eccome, così come i ritornelli melodici a più voci che caratterizzano il genere, ma il quintetto francese inserisce un così vasto numero di idee a livello di orchestrazioni o arrangiamenti che l’ago della bilancia oscilla tra i vari generi. Arrivati ormai a 15 anni di carriera (10 di carriera discografica), con già altri quattro platter alle spalle e un’attività live che li ha portati a far da spalla a mostri sacri quali Symphony X, Edguy e Stratovarius, gli Heavenly possono essere considerati come una delle realtà più interessanti del panorama power\speed…la AFM li ha dotati di mezzi opportuni per estrapolare la creatività e metterla su traccia, date la grandiosa produzione e un mixing pressochè perfetto, così come non si può non giudicare impressionante la performance di tutti e cinque (ma Ben Sotto ne esce assoluto vincitore) e decantare il songwriting diretto ma al tempo stesso la cura maniacale per le strutture delle songs.
Partendo dalla title track, così devastante e potente, ricca di incastri sinfonici e di chitarre taglienti, passiamo per la più easy “Lost In Your Eyes”, dove la band lascia le strade più speedy in ragione di un heavy più cadenzato e spezzato. “Farewell” è il primo capolavoro del disco: una semi ballad (meglio dire ‘lentone metal’ forse?) in cui Ben Sotto rispolvera la passione per certe convergenze musicali care al buon Freddie Mercury anni 70 e si trova a suo agio nell’interagire con il pianoforte. “Full Moon” è una specie di singolo e riporta il disco verso rotte più veloci e potenti complice un coro furbo e altissimo, mentre l’altra palma d’oro va consegnata a “A Better Me”, brano di difficile assimilazione che trova forza e tiro nelle sue strutture tutt’altro che scontate; cambi di tempo, dinamiche messe in rilievo e uno spessore tastieristico danno la vera anima a questo brano. Con “Ashen Paradise” e “The Face Of Truth” si ritorna sui canoni spericolati dello speed classico, mentre la successiva “Ode To Joy” è una song creata sul tema principale dell’immortale “Inno Alla Gioia” di Beethoven, dove tra speed e heavy gli Heavenly ci consegnano il proprio tributo per il compositore tedesco. Chiude il cd “Save Our Souls”, brano destinato a mietere vittime sotto il palco, vista la struttura tradizionale e la durata di quattro minuti e poco più.
Non aggiungo altro. Se li conoscete, sapete a cosa andate incontro…se non li conoscete, avete un motivo in più per provarli!
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