A cura di Giovanni Mascherpa
Gli Hourglass amano le sfide. Verso se stessi e nei confronti degli ascoltatori. Altrimenti, se ci avessero pensato un attimo con raziocinio, l’idea di autoprodursi un album monstre come “Oblivious To The Obvious”, non gli sarebbe mai saltata in mente. Il quarto disco del gruppo statunitense, proveniente dallo Utah, si spinge su durate ai limiti della capacità d’attenzione di ogni fruitore di musica pesante, attestandosi sulla ragguardevole durata di 140 minuti, secondo più secondo meno. Un’opera di così ampio respiro non poteva che essere partorita da una prog band, difatti gli Hourglass rientrano appieno nel genere progressive e ne danno un’interpretazione insieme originale e fedelissima. La visione che il gruppo ha del prog è molto moderna; i suoni sono duri, le chitarre compresse, pur senza soffocare la melodia, la batteria potente ma misurata negli interventi, la resa sonora è in generale roboante e molto nitida, riuscendo a coniugare impatto ed emozionalità. Le sensazioni, secondo il modus operandi degli Hourglass, vanno sciorinate a poco a poco, con calma, attraverso un dosaggio misurato ma costante, costituito da lunghe meditazioni, digressioni dal tema principale, prolungati intrecci strumentali, sbalzi d’umore e di tensione educati e armonici, ben legati tra di loro. Tutte le song proposte viaggiano su minutaggi elevati, ma sarebbe errato pensare che esse siano dei mattoni insopportabili, dato che l’orecchiabilità è una qualità indiscussa di “Oblivious To The Obvious”, così come la voglia di toccare nell’animo l’ascoltatore e non di stordirlo con numeri da circo. Sulla capacità di sintesi dei ragazzi, invece, ci sarebbe da discutere, anche se a ben vedere è l’unico vero limite dell’album. Se le canzoni, prese nella loro interezza, convincono e invitano a ripetere l’ascolto più volte, è vero però che qualche taglio nella loro durata poteva essere fatto, senza andare a scapito dell’efficacia delle song. Facendosi prendere la mano dalla voglia di aggiungere particolari e di rendere oltremodo ricche e sfaccettate le proprie composizioni, i cinque americani finiscono talvolta per esagerare e per indulgere troppo tempo su partiture che sarebbe stato meglio sfruttare con più parsimonia. E’ questa una pecca che, con musicisti dotati di minor talento e una visione più confusa della musica, avrebbe finito per affossare le sorti di una release tanto monumentale, mentre in questo caso ne rallenta solo l’ascesa ai massimi livelli del prog odierno. Al di là delle lungaggini di cui si è appena detto, il songwriting del gruppo si mostra maturo e colmo di suggestioni delicate e profonde, fatte affiorare con naturalezza da tocchi di tastiera posati e sempre al posto giusto, da un incedere di basso fantasioso e sottilmente jazzato, da chitarre rocciose nel riff e avvolgenti nelle melodie. Non da ultimo, va fatto un plauso al cantato di Michael Turner, degno emule del più famoso Ray Alder e ottimo interprete sia dei frangenti più scuri della release, sia di quelli più leggeri e rilassati. Tra i due cd di “Oblivious To The Obvious”, il primo è sicuramente quello più duro e dai ritmi più accesi, mentre il secondo vede aumentare le pause di riflessione e lascia spazio a interventi più corposi di chitarra classica e note di piano. Nel complesso un gran bel disco, superati gli attimi di eccessivo autocompiacimento gli Hourglass non li ferma più nessuno. Consigliato.
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