A cura di Giovanni Mascherpa
Il sipario che cela al pubblico la rappresentazione teatrale può nascondere tutto o niente. Non sai cosa c’è dall’altra parte, lo puoi solo immaginare, provare a intuire, e finché il drappo non viene infine levato, il mistero aleggia sovrano. Con gli Open Fire, la rappresentazione che va in scena soddisfa appieno le attese degli spettatori, meglio dire gli ascoltatori, perché la parte visuale è affidata a uno splendido libretto, tutt’uno col disco, ma il focus va ovviamente sulla musica, una grande sorpresa per chiunque non avesse ancora avuto a che fare col quintetto emiliano. Tensioni, pulsioni, slanci e paure, tutti i sentimenti contrastanti e tempestosi che caratterizzano l’animo umano sono rappresentati da questi ragazzi nella loro opera d’esordio sulla lunga distanza (prima solo un ep autoprodotto), un mondo a parte nella scena rock/metal attuale, tanto particolare da richiedere impegno e voglia di andare oltre le apparenze, di sondare in ogni anfratto l’album e di introiettare in se stessi tutte le sfumature e le sfaccettature, sonore ed emotive, che racchiude. “Sipario Di Notte Vestito” è un disco profondo, da meditazione e raccoglimento, pur con molti sprazzi di energia che riconducono nell’alveo metal una proposta trasversale, orgogliosamente libera da preconcetti e chiusure nei confronti di alcunché, e proprio per questo fresca e avvincente. Un tenue velo di malinconia e disincanto avvolge tutto l’album e ne dà i primi vaghi contorni, una sofferta voce pulita getta in una stanza avvolta nella penombra, in cui riflettere e isolarsi dal mondo. Le clean vocals tendono verso l’alternative, alternando grinta e sospiri, coadiuvate da un growl tipicamente death, un contraltare brusco ma riuscito, che porta una necessaria dicotomia lungo i tre atti di questa release e ne sottolinea le caratteristiche ambivalenti. La prova vocale ricca e multiforme si accompagna a un gusto per fraseggi oscuri e meditativi, accostabile al gothic/doom meno oppressivo e più compromesso col dark rock, mentre i graffi perpetrati dai growl fanno virare i pezzi verso il death, senza mai aderire completamente ad esso. Il modo di comporre dei musicisti va poi a inserirsi nella sfera del prog, inteso come modo di intendere la musica come un processo in continua trasformazione e in divenire, piuttosto che come sound ben codificato. Per dire di quanto gli Open Fire sfuggano alle reti dell’omologazione, in molti punti del disco si ravvisa un che di cantautorale, con la band che va a riallacciarsi alla tradizione melodica italiana nella sua veste più impegnata. C’è ancora qualche leggera ingenuità ogni tanto che frena la scorrevolezza del disco, a tratti il fluire dei brani si inceppa leggermente, più che altro per un binomio non sempre equilibrato tra growl e voce pulita, ma si tratta di piccoli dettagli, che non inficiano affatto una prova d’esordio matura e unica nel panorama musicale italiano.
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