A cura di Giovanni Mascherpa
Si sono presi più del tempo del consueto i Cathedral per realizzare il nuovo album: fin dagli albori di carriera sono stati piuttosto prolifici, non lasciando mai passare più di un triennio tra un pubblicazione e l’altra. Stavolta sono cinque gli anni che separano The Garden Of Unearthly Delights da The Guessing Game, un tempo occupato proficuamente dalla band, a quanto si sente nell’ultimo disco. L’ultimo capitolo discografico del gruppo inglese è uno spaccato esauriente di tutte le sonorità toccate in carriera, con ampio spazio dedicato alla riscoperta delle radici del rock, una fetta dell’album in cui rinverdire i fasti dell’immobilismo doom di Forest Of Equilibrium, e un’altra abbondante porzione del platter lasciata in balia degli umori più stoner/doom, con molto movimento e tanta carica irrorate nelle song.
L’eterno fricchettone Lee Dorrian fa il nostalgico più del solito e si butta a capofitto nella rievocazione dei bei tempi andati, naturalmente in un’ottica 100% Cathedral. Si ritaglia un ampio spazio l’hammond, strumento tra i più indicati a donare un alone vintage alle composizioni: in certi punti del disco, concentrati più che altro nel primo cd di questo doppio album, si fa fatica a credere che questo sia un disco del 2010, talmente è imbevuto di sensazioni seventies. In questo viaggio a ritroso nel tempo, una vera e propria missione per i Cathedral, non si è persa però la voglia di fare le cose alla propria maniera, senza plagiare nessuno e suonando perfettamente in linea con quello che un fan si può attendere dal combo inglese. I fraseggi chitarristici, fin dalle prime note, sono spumeggianti, si muovono come in un’ordinata jam-session, in cui l’improvvisazione viene ricondotta abilmente nei canoni della canzone, ma riesce a spiazzare l’ascoltatore con dei cambi di registro tanto repentini quanto pregevoli. Stupisce a sua volta la prestazione di Dorrian, che abbandona spesso e volentieri le tonalità più sporche e strascicate della propria ugola, a favore di vocals pulite tipiche del prog rock più datato. In quest’ottica straniante, che colpisce ai primi ascolti ma non sparisce mai del tutto, si collocano i primi due brani, Funeral Of Dreams e Painting In The Dark, doppiati quanto a stranezza dalla canzone che chiude la prima parte dell’opera, Cats, Incense, Candles & Wine, divertente filastrocca gotica in chiave stoner/rock, leggera e orecchiabile pur con un andamento non propriamente lineare. In mezzo tanto hard rock metallizzato, dalle sfumature acide appena annunciate e con un tiro degno dei capitoli migliori della carriera del quartetto. Il secondo cd lancia in orbita il gruppo sulle note di Requiem For The Voiceless, doom all’ennesima potenza trascinato a velocità lumaca e pesantezza elefantiaca per quasi 10 minuti, alla maniera che solo i maestri sanno proporre. The Casket Chasers è invece un anthem molto ritmato e con riff davvero incisivi, un sicuro hit dal vivo, come sono lo sono state in passato Midnight Mountain e Witchfinder General. Anche meglio, se vogliamo, The Running Man, segnata da stacchi molto secchi e potenti nella prima parte e poi lasciata alla deriva nel prolungato finale caotico e psichedelico. Chiude nel migliore dei modi l’autocelebrativa Journeys Into Jade, col testo che ripercorre tutta la carriera della band citando apertamente gli album passati. Un bel ritorno per i quattro, che contribuisce a dare ulteriore linfa al movimento stoner/doom odierno, già di per sé in grande forma.
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