A cura di Giovanni Mascherpa
Quando si mettono insieme musicisti navigati, esperti nel plasmare un certo tipo di sonorità, che hanno militato in band di spessore del panorama metal internazionale (in questo caso Mercyful Fate, Heathen, Forbidden, Vio-lence), non è che detto salti fuori per forza un capolavoro. Ennesima dimostrazione di tutto ciò l’esordio dei Demonica, quintetto che annovera nelle proprie fila Hank Shermann, membro fondatore dei Mercyful Fate, e Craig Locicero, storico chitarrista dei Forbidden, come membri di spicco, più altri tre figuri con qualche apparizione importante in band dello zoccolo duro della Bay Area. A fronte di questi nomi, ci si sarebbe aspettati qualcosa di rilevante, invece stiamo dalle parti dell’ordinario prodotto con cura. Il difetto più grosso della release è quello di rifugiarsi nell’idea di thrash che va per la maggior di questi tempi, ovvero voce sporca al limite del death, tempi sparati con variazioni ritmiche minime, legate giusto a qualche cadenzato e prevedibile rallentamento, suoni pompati e appiattimento di ogni sfumatura a favore dell’impatto frontale. Una miscela, questa, atta a far invaghire i meno smaliziati e chi cerca la “botta” di suono, e pazienza se dopo 3 – 4 ascolti l’interesse per il disco va scemando. Le parti più selvagge e veloci sono attanagliate dalla mediocrità, e suonano non solo uguali ad altri diecimila gruppi, ma anche tremendamente grossolane, tanto non mostrano colore e capacità di muoversi su un registri minimamente accattivanti e imprevedibili. Si vede qualche spiraglio di luce laddove la band prova a uscire dal guscio di ensemble thrash spaccaossa, e si dedica a sonorità insistentemente vicine a quelle dei Judas Priest di Demolition (in una versione più estrema) e al crossover più metallico. Aprendosi a influenze esterne, i Demonica mostrano maggiore sostanza: My Tongue e Summoned disegnano melodie oblique e un incedere groovy non disprezzabile, che meglio asseconda i solismi dei chitarristi, peraltro sempre all’altezza anche nelle sfuriate thrashy. Below Zero invece sa di Machine Head, e racchiude nei suoi arpeggi e nel dipanarsi molto trattenuto suoni crepuscolari e sottilmente cerebrali che sarebbe stato bello sentire anche nel resto del cd. Anche un pezzo più classico come Palace Of Glass sa regalare qualche emozione: qui il gruppo piazza alcuni stacchi molto riusciti e un velenoso refrain, reso incisivo dall’elaborato pattern ritmico su cui si innesta. Sorprendentemente, però, il brano migliore è quello conclusivo, una lunga strumentale che lascia per strada i Demonica più diretti e si concentra su incastri di riff e melodie molto curati; se certe soluzioni fossero state dispensate a piene mani anche nel resto dell’album, ora non saremmo a parlare di “Demonstrous” come di una mezza delusione e di un album che si arrampica a malapena alla sufficienza.
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