A cura di Valerio Ferrari
Una delle prime cose da imparare nella vita è la coerenza con se stessi e in quello che si fa...si può cambiare fronte o idea milioni di volte nell’arco terreno, l’importante è mai tradire (o quanto meno scendere a compromessi) il proprio io. Al mondo esterno è ovviamente affidato il giudizio delle nostre scelte, ma se si è coerenti almeno con se stessi si superano muri e ostacoli di notevole spessore…in questo ho sempre ammirato e sempre ammirerò Klaus Meine e soci. Quarant’anni di carriera discografica (le origini della band sono addirittura datate 1965), diciasette studio album che hanno reso florido l’hard’n’heavy dal 1972 in poi, grandi tournee, più di cento milioni (100.000!!!) di copie di dischi vendute e un ‘botta’ live incredibile sono solo alcuni dati della loro infinita carriera…
…ma come le cose belle iniziano e fioriscono arriva anche un momento in cui, un uomo saggio, sa che oltre non riuscirà più ad andare. E, secondo quanto dichiarato sia da Schencker che da Meine, “Sting In The Tail” sarà l’ultima prova studio per il quintetto di Hannover. E, di per se, questo mette amarezza…se questo platter fosse stato un canto del cigno scialbo e prolisso, allora avrei concordato con il buon Rudolph, ma porca miseria, queste undici tracce dimostrano che di cartucce da sparare ne hanno ancora moltissime e soprattutto possono ancora regalare lezioni importanti alle nuove leve.
Ma lasciamo i sentimentalismi e parliamo di questa diciasettesima uscita…La formula, in fondo, non è molto cambiata da “Humanity I” se non che questa volta, sia melodie che ritmiche, appaiono più coinvolgenti. Altra grande caratteristica da sottolineare sta nella ‘voglia’ che traspare dalle tracce: ebbene si sente che i nostri sentivano ardere dentro il fuoco per alimentare una nuova uscita e, come ovvio, un nuovo tour. Produzione e mixing più hard rock che heavy metal, performance in linea con lo stile proposto e un songwriting davvero ispirato che premia interamente l’11-piece del platter.
Meine canta sempre molto alto, anche se per certe parti preferisce ‘aggressivizzare’ le melodie vocali…il duo Schencker\Jabs lavora sempre in un’unione indissolubile, coinvolgente e trascinante. I ‘nuovi arrivati’ alla sezione ritmica (Maciwoda\Kottak) danno del loro meglio sia nel trascinare le strutture che nei passaggi introduttivi. Da sottolineare in sede di ospite la fuoriclasse finlandese Tarja Turinen, che compare nella struggente “The Good Die Young” come guest vocalist.
Le songs si dividono nei classici tre gruppi tipici dello Scorpions-sound (e come tali, anche i testi si diversificano)…ci sono i brani tipicamente hard rock, come l’opener “Raised On Rock”, o in “Rock Zone” o “Spirit Of Rock”, le sferzate maggiormente heavy come la titletrack, “Slave Me” e “No Limit” e i tipici lentoni ai quali ci hanno abituato come “SLY” o la malinconica “Lorelei”…citazione a parte la conclusiva “The Best Is Yet To Come” dove la band si avventura in una song commerciale in cui compaiono certe idee gospel che lasciano la parola FINE in sospeso (come suggerisce il titolo stesso)…
E’ un disco che richiama ascolti ripetuti, facile da ascoltare ma non così scontato da assimilare…guardando la tournee, ahimè, ancora non compaiono date nel nostro paese e questo è un segnale d’allarme perché vedere un act del genere, almeno una volta nella vita, è consigliato. “Hail, Hail, Sting In The Tail”…speriamo che di veleno nel pungilione ne rimanga ancora per il futuro.
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