A cura di Valerio Ferrari
Quando si ha a che fare con un debut album bisogna innanzitutto andare a vedere la storia che caratterizza ogni membro della band, per capirne la caratura e da dove piovono le idee…nel caso dei qui presenti Inmoria, il passato di 4\5 della band porta l’ingombrante nome di Tad Morose (grande swedish band) e per il restante 1\5 si resta sempre in Svezia ma la provenienza è niente meno che made in Morgana Lefay…un grande passato, che però potrebbe essere un’arma a doppio taglio quando si sceglie di intraprendere nuovi percorsi.
Avrò ascoltato “Invisible Wounds” 10\12 volte prima di recensirlo, essendo un album alquanto ‘diverso’ e che mi ha molto colpito…il quintetto (ad oggi quartetto, per la dipartita del cantante) propone un power metal diretto, contamitato da atmosfere e sinfonismi dark, con aggiunte a volte popeggianti a volte più vicine alla musica elettronica ed altre volte care al neoprog…al primo ascolto risaltano la forza e la violenza della voce di mr. Rytkonen, capace di far trasparire dal supporto ottico emozioni e pathos, affrontando di petto e gola le tematiche raccontate nei testi. Le performance degli strumentisti sono tecniche e studiate nei dettagli, ma ben ponderate e fondate sul basilare concetto del ‘tiro’. La produzione è volutamente oscura e trascinante, mentre il mixing a mio parere mette troppo in evidenza voce e tastiere.
Il trio “Come Insanity”, “Alone” e “Fantasy” già di per se valgono il prezzo del cd…potenti, taglienti, supportate da tastieroni oscuri, con dei cori da devastazione live (belli anche i controcori con voce femminile, si sapesse chi canta però…), le cui durate a cavallo dei cinque minuti sembrano protrarsi soltanto pochi secondi. Si prosegue con le altrettanto pregevoli (ma più cadenzate) “As I Die” e “Misery”, mentre la seconda parte del cd si concentra maggiormente sulla sperimentazione (vedesi “Haunting Shadows” e “Will To Live”) a volte accarezzando certe vene commerciali che propriamente non combaciano con il cammino intrapreso nelle tracks precedenti. Da applausi “The Other Side”, davvero coinvolgente, e anche la conclusiva “I Close My Eyes” saluta l’ascoltatore lasciadogli un buon sapore in bocca.
Se un difetto si può trovare è una certa ripetitività di certe soluzioni strutturali, come nei finali di songs o in certe ripartenze veloci, complice forse la necessità di uscire con un disco e in tempi brevi. Aspettiamo il nuovo platter che dovrebbe essere pronto a breve. Gustateveli con molta calma e tanta attenzione, non è un disco da viaggio in auto.
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