A cura di Giovanni Mascherpa
Gran colpo per gli hYPNOTIC hYSTERIA. Il loro disco d’esordio si candida al pregiato ruolo di sorpresa dell’anno, inanellando nelle sue sette tracce una serie di suggestioni degne delle teste coronate del metallo e di una maturità compositiva che al primo album è arduo trovare. Sarebbe facile collocare l’ensemble nell’ambito stoner, e dopotutto da lì è giusto partire per cominciare a tratteggiare l’identità dei ragazzi, delineata con la nettezza e la sicurezza di chi è già consapevole di cosa sia in grado di fare e cosa desideri tirar fuori dalle sette note. Si parlava di suggestioni, e le prime che vengono in mente ascoltando la traccia d’apertura Inside Your Mouth portano dritti dritti ai Korn più ansiogeni. Possibile? Possibile sì, se si ha in formazione un singer capace come pochi di infondere malessere ai propri vocalizzi, e se ad esse si associano chitarre sature e riverberate, ostili alla positività e parenti strette del grigiore e della speranza buttata via. Ovvio che il new metal non è il pane quotidiano degli Isterici Ipnotizzati, ma è chiaro che la scontatezza e la mancanza di stimoli nel provare nuove strade qui non siano di casa. Difatti appena dopo vi sembrerà di entrare nei tormenti dei Pearl Jam più rock, e le note si ammanteranno più volte di un nero alone che odora, e pure tanto, di Type O Negative, quelli più poetici e rarefatti. Notare certi baritonali del singer Ale e il chitarrismo dilatato di Dowi, un ragazzo che sa giocare con gli effetti come un alchimista alle prese con astruse pozioni. Incuranti di passare il segno della follia e vogliosi di spiazzarci, gli hYPNOTIC hYSTERIA richiamano anche il licantropico passeggiare notturno per le vie del rock di Glenn Danzig, omaggiato sia nei riff crepuscolari che in talune linee vocali. Siamo alle prese con un bel mix di influenze, tenute assieme da un riffing che non disdegna arpeggi da fine del mondo, con un sottofondo apocalittico che mi porta alla mente, addirittura, Isis e Neurosis. Nonostante tutto il rosario di nomi citato finora, gli autori di “Feed On Me” hanno centrato, al primo tentativo, il difficilissimo traguardo di mettere il proprio marchio di fabbrica su ognuna delle song proposte. Tutte quante, tra l’altro, avvincenti dal primo all’ultimo secondo, e talmente originali nella composizione che non si può mai sapere dove andranno a parare. Si trascinano ed esplodono, si infiammano e si calmano continuamente, dando emozioni a fiotti sia che il gruppo entri in una dimensione intimista e di struggimento infinito (da paura l’incipit di New Dehli), sia che faccia l’act rock a tutto tondo e a strumenti tonanti (Feed On Me). Difficile scegliere una canzone più bella delle altre, anche se ho una piccola preferenza per Indifference, fosse solo perché la band, dopo aver lasciato a bocca aperta nei brani precedenti, decide di chiudere con un’ulteriore slancio di classe invece di crogiolarsi in quanto di buono fatto fino a quel punto. Disco di classe, questi fanno strada.
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