
Alle 21 appena passate tutto si spegne e le mitiche bandiere con
l’effige dei martelli appaiono sullo stage…il muro è già in parte
costruito e, come da leggenda, la band è predisposta tutta dietro di
esso. “In The Flesh” apre le danze come da disco, con il suo finale con
tanto di aereo che si schianta sul muro incendiandolo (chissà se
multeranno anche mr. Waters per l’uso di certi effetti speciali?)…da qui
parte la costruzione del muro, passando attraverso le tre mitiche parti
di “Another Brick In The Wall”, una “Mother” struggente (e ricca di
significato, vedesi messaggi proiettati sul muro), la più rockettara
“Young Lust” e le ultra atmosferiche “Goodbye Blue Sky” e “Don’t Leave
Me Now”, condite con le apparizioni dei pupazzi del mitico maestro,
della madre e della moglie, e l’arrivo dei bambini. Le immagini che mr.
Waters ha voluto in questo spettacolo non appartengono solo al periodo
della seconda guerra mondiale (periodo in cui avvenne la morte del padre
in guerra, elemento cardine del disco) o al film uscito ormai
trent’anni fa, ma abbracciano fatti reali e episodi ‘antiamericani’
piuttosto evidenti…ma è la musica ad essere il cardine e mr. Waters dal
vivo ha ancora la sua voce, mentre band e coristi si mettono in mostra
per precisione e feeling…il muro, comunque, si chiude sulla malinconica
“Goodbye Cruel World”, dove l’ultimo tassello chiude la prima parte
dello show, lasciano un intervallo di circa quindici minuti (per
organizzare lo stage) con il continuo passare di immagini di persone
decedute in guerra o in attentati.
Tocca ad “Hey You” ripartire, con il suo incedere oscuro…sul muro
arrivano immagini ma ovviamente nessun musicista appare in scena…”Is
There Anybody Out There” apre un tassello mentre con la successiva
“Nobody Home” Roger Waters è ‘inserito’ nel muro, come in un
appartamento…si prosegue con l’orchestrale “Vera” e con la marziale
“Bring The Boys Back Home” (con il sottoscritto in lacrime) prima di
farci avvolgere dalla hit “Confortably Numb”, dove Waters (ai piedi del
muro) è accompagnato da corista e chitarrista (sulla cima del muro),
quest’ultimo autore di un solo sulle linee dell’originale di Gilmour.
L’atmosfera cambia con le successive “The Show Must Go On” e “In The
Flesh pt.2”, tornando al pulpito iniziale con l’apparizione della band
‘davanti’ all’audience. I martelli (e le analogie naziste) arrivano con
“Run Like Hell” e “Waiting For The Worms”, mentre la ‘rendenzione’
arriva con la cortissima “Stop” e la sofisticata “The Trial” che, oltre a
richiamare tutti i personaggi della storia, fa crollare il muro
lasciando sbalordite le circa tredicimila persone…post crollo, tutta la
band arriva davanti all’audience per “Outside The Wall” (con mr. Waters
alla tromba!), dove il buon Roger presenta tutti i componenti prima di
fermarsi a prendere i meritati applausi.

Due ore indimenticabili, uno dei concerti della mia vita e penso anche della vita di molti altri…un sogno ma anche l’occasione per vedere un artista che ha saputo scolpire il rock a proprio modo, al di là della tecnica o del virtuosismo. Sorridente, grato e visibilmente emozionato nell’interpretazione, Roger Waters ha dimostrato di essere un uomo prima di un musicista e, credo, che “The Wall” sia stata la sua massima espressione, un’autobiografia che, alla pari dei capolavori dei compositori dei secoli scorsi, verrà studiata e ricercata per i secoli successivi.







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