Heavyworlds

FIND US ON Facebook Twitter Myspace Flickr Youtube
x
 
 
Banner
 
 
 
 
You are here::
 
 
Lunedì 22 Agosto 2011 16:41

Hellfest 2011 - Primo Giorno

Written by  Giovanni Mascherpa
Rate this item
(0 votes)

img


imm



La prima parte del bill era stata annunciata a fine 2010, e già quella prima tranche di nomi aveva dell’incredibile: una quantità infinita di band killer, appartenenti a qualsivoglia ramificazione del metal e dei generi ad esso affini, che aveva immediatamente fatto pensare all’Hellfest 2011 come ad un evento imprescindibile. Al completamento del quadro degli ensemble presenti, una certezza: non potevamo farcelo sfuggire. E’ giusto e sacrosanto cadere in una tentazione tanto forte come questa, davanti a una tale messe di talenti, racchiusa in tre giorni senza tregua e senza riposo, bisognava cogliere l’attimo e toccare con mano se la realtà dei fatti potesse essere all’altezza delle fantasie più sfrenate. A festival concluso, possiamo dire convinti a coloro che sono rimasti a casa, e si sono mangiati le mani per non poter esserci, che è tutto vero e senza inganno: l’Hellfest è il top. Talvolta l’immaginazione ci azzecca in pieno e non è una mera approssimazione per eccesso del reale. La kermesse francese, dichiaratamente votata al metal estremo ma con più di un nome di assoluta eccellenza negli ambiti più classici, rappresenta il sogno tramutato in fatti concreti di tutti coloro che vivono questa musica in modo viscerale e totalizzante.
I tre giorni in terra di Francia ci hanno fatto capire, in maniera ineluttabile, la vitalità infinita di questa bestia camaleontica che è il metal: alcuni la vorrebbero vedere piatta, uniforme, sempre uguale a se stessa, di colore uniforme. Chi sa guardare oltre ha intuito da tempo che anche in una scena frammentaria e poco coesa intorno a giganteschi numi tutelari, come poteva accadere almeno fino a una decina d’anni fa, ci sono gruppi che hanno costruito nel tempo e lontano dai riflettori la propria leggenda. I festival a tema, di settore, riescono a dare lustro ai leader delle rispettive nicchie sonore, più difficilmente questo accade in manifestazioni di ampie dimensioni, nelle quali i palchi minori finiscono per relegare un po’ in secondo piano gli act più anticonvenzionali e fuori dal coro. L’Hellfest riesce invece a operare la sintesi perfetta, racchiudendo in un unico alveare operoso l’hard rock mainstream, le storiche fiere malefiche di death (tanto), black (poco), thrash (a valanga) e tutto quel seducente guazzabuglio di realtà stoner/doom, sludge, hardcore estremo e old-school, che si è imposto come l’architrave del festival e ha scritto momenti a dir poco memorabili lungo tutte le tre giornate. Il nostro viaggio nelle pieghe multiformi dell’universo heavy è stato lungo, stancante, appagante come chi non c’era non si può neanche lontanamente immaginare. Avevo detto che le cose tangibili in casi come questo pareggiano l’immaginazione? Mi sa che stavolta l’hanno addirittura sorpassata ….

I GIRONI DELL'INFERNO

Prima di partire con la carrellata delle band visionate (siamo riusciti a coprire circa un quarto del programma, in numeri 32 gruppi su 120), è utile cercare di capire lo scenario nel quale ci siamo imbattuti. Serve per farsi un’idea migliore del perché l’Hellfest sia davvero così spettacolare e per farvi decidere se possa valerne la pena o meno, l’anno venturo, imbarcasi in questa avventura. Per essere più esaustivi, può essere utile tenere come punto di riferimento da un lato il nostro Gods Of Metal, dall’altro il viaggio di iniziazione per ogni metaller nostrano alla scoperta dei festival esteri, ovvero il mai elogiato abbastanza Wacken Open Air. Il campeggio, come nella terra delle vacche posta quasi al confine con la Danimarca, è in prossimità dell’area concerti, ma le similitudini con Wacken praticamente si fermano qui. Se in Germania si formano faraonici accampamenti con camper, roulotte e camioncini, in Francia la parte di campeggio più vicina al festival è vietata alle autovetture, sono proibiti i generatori e c’è in generale una minore libertà nel creare spazi per bagordi. Non essendo quest’area molto ampia, chi è arrivato più tardi (la gente ha sciamato ininterrottamente dal pomeriggio di giovedì a tutto venerdì) si è potuto piazzare nelle zone limitrofe di fianco alle macchine, ma senza la possibilità di estendere particolarmente il proprio raggio d’azione. Ne è risultato un contesto sicuramente meno caratteristico e folkloristico, purtroppo anche meno ordinato, vista la poca organizzazione dell’area, lasciata un po’ al caso. I servizi, effettivamente, erano su scala ridotta rispetto al collega tedesco, non essendoci tra l’altro alcun piccolo supermercato come accade oramai da qualche anno a Wacken ed essendo la stessa zona ristoro limitata al Metal Corner, posto all’inizio della zona camping.
Capitolo docce e toilette, nota dolente in questo tipo di eventi: un solo punto servizi igienici nel campeggio, bagni chimici in numero non illimitato fuori, dignitoso nell’area concerti, anche se poi il metallaro medio, di fronte a necessità ridotte alla minzione, tende sempre ad adottare l’approccio naturalistico. Dall’orda metallara, meno caciarona e pittoresca di quella notata in Germania, il paese di Clisson viene toccato solo in parte, nell’area del piccolo centro commerciale posto alle porte dell’entrata all’Hellfest e agevolmente raggiungibile a piedi dagli accampamenti.
La zona festival vera e propria è risultata essere di dimensioni molto inferiori a quella germanica, dettaglio che ci aveva intimorito il giovedì al pensiero di quanti sarebbero accorsi nei giorni a seguire. Fortunatamente, il numero dei convenuti non è stato neanche lontanamente paragonabile a quello di Wacken, gli spazi a disposizione si sono dimostrati più che adeguati, consentendo di passare in breve tempo da un palco all’altro anche nei piani alti della scaletta. La stessa visione degli show non si è mai svolta nelle condizioni da nave di clandestini stracolma, dato che pure durante l’esibizione degli headliner si stava discretamente larghi. Abituati all’autostrada di corpi sopra la testa di Wacken, ci siamo piacevolmente resi conto che a questa latitudine il crowd surfing non è così popolare ed è stato giusto limitato a pochi professionisti di tale usanza. I quali sono stati, spesso, dolorosamente scoraggiati dalla security, che al posto di prenderli al volo nelle prime file li ricacciava indietro o li sbatteva a terra. Poco gentili, devo dire … In generale ci si poteva godere i concerti da distanza ravvicinata senza dover ingaggiare lotte con chi ci stava attorno o trovarsi nel vortice di circle-pit e mosh giganti. Buona, meglio del previsto, l’offerta alimentare, con stand abbastanza variegati e dalla discreta qualità media, mentre si è rivelato vincente il sistema dei gettoni (1 euro=1 gettone) per gli stand della vendita delle bevande, che hanno visto quasi azzerate le code.
Infine, due parole su palchi e pianificazione degli orari. Gli stage erano in tutto quattro, con i due principali affiancati, a forma di igloo, sui quali ci si esibiva senza respiro, con pause di cinque minuti cinque, rispettate con grande regolarità. I due palchi minori, se così si possono chiamare visti i nomi delle band che vi si sono esibite, consistevano in due tendoni da circo: uno più grande, la RockHard Tent, dedicata al metal estremo più tradizionale, il secondo, la Terrorizer Tent, salotto buono dei suoni di confine e dei suoni più particolari, il palco che alla resa dei conti è stato popolato dai fans più accaniti, perché essendoci pochi posti c’era solo chi voleva esserci a tutti i costi. Sulla qualità dei suoni, capirete dai report dei singoli gruppi che è andato quasi tutto alla perfezione.

imm



Terrorizer Tent, 10.30 – 11

E’ tanta la voglia di buttarsi a capofitto nel festival che ci presentiamo puntuali all’orario di apertura porte, fissato per le ore 10 di venerdì 17 giugno. Entriamo con quella punta di trepidazione e tensione che sempre accompagna i momenti topici. Per scioglierla, niente di meglio che buttarsi subito sui primi show in programma. I primi a calcare la scena, in contemporanea ai Klone sul Mainstage 2, i francesi Hangman’s Chair, in attività dal 2005 e qui accolti da un discreto numero di aficionados, pochi se paragonati a chi verrà dopo, tanti se consideriamo l’ora. Chi sta ai bordi dello stage si fa sentire e tributa buon supporto ai quattro musicisti, uniformemente vestiti di nero e abbastanza placidi nell’atteggiamento nei primi minuti di show. Poco propensi a lasciarsi andare, tranquillamente concentrati sugli strumenti, i nostri si abbarbicano sul crinale che divide doom settantiano e sludge. I ragazzi rasentano sonorità old-fashion sulle parti più pacate, contornate dalle intense vocals pulite di Cèdric Toufouti, si insudiciano in suoni fangosi quando la pesantezza prende il sopravvento e le emozioni da descrivere si fanno più strazianti: in questi casi movimentano un minimo il loro stage-acting, quel tanto che basta per marcare la differenza di mood tra le varie parti di canzone. I pezzi del combo convincono, gli Hangman’s Chair si affrancano quel tanto che basta dai modelli di riferimento per vivere di luce propria e non riflessa. Tra un tiro di sigaretta e una plettrata decisa, il concerto viaggia in costante crescendo e anche chi come il sottoscritto non li conosceva e non aveva alcuna intenzione di lasciarsi andare tanto nei primi show, è costretto ai primi accenni di headbanging. Suoni perfetti (sarà una costante su questo palco), a volumi belli alti ma sotto la soglia dell’esagerazione, accompagnano il combo nella sua mezz’ora di vernissage, buona per farsi incitare a gran voce da chi li conosceva già e ancora più utile per chi ha scoperto una alternativa ai Down, dai quali pagano dazio per adesso in termini di songwriting (il termine di riferimento è davvero elevato) ma dai quali sembra abbiano imparato quale sia il vero spirito del suonare sludge.

imm



Main Stage 1, 11.05 – 11.35

Fuori dalla Terrorizer Tent già si odono le note scalmanate dei Valient Thorr, ruvidi metallers del North Carolina abbastanza trasversali rispetto ai normali stilemi dell’heavy classico, nel quale comunque possono essere ricondotti, seppure con qualche forzatura. L’impatto dei nostri è piacevolmente disordinato e in linea con una certa nouvelle vague che vede commistioni apparentemente assurde anche nell’heavy puro. Punk, Motorhead, Iron Maiden e ZZ Top sgomitano per aprirsi un varco nel sound caotico e altamente energetico di questi ragazzi. Sin dalle prime battute i cinque si dimostrano irrequieti animali da palcoscenico: headbanging incessante, corse da un lato all’altro dello stage, smorfie assurde, i Valient Thorr non intendono fermarsi nemmeno un secondo durante i pezzi e ne incarnano nelle movenze l’anima ribelle e anarchica. Le canzoni, apparentemente sconclusionate tanto vi confluiscono riff e armonie dagli ambiti più disparati, sono maledettamente divertenti e azzeccano la formula dell’esagitazione fuori controllo, abbinata a un gran senso della melodia. Goduria pura per chi apprezza musica disimpegnata ma ben scritta e con l’effetto di una passata di carta vetrata sulle orecchie.
Spettacolo nello spettacolo la performance del singer Valient Himself, barbuto uomo dalla chioma rossiccia e sicuramente non tra le persone più glamour del pianeta, ma sicuramente uno dei personaggi più simpatici del festival. Il suo vociare poco curato, perfettamente incastrato in una proposta così spontanea e incline a puntare alla sostanza piuttosto che al pelo nell’uovo, è un elemento quasi trascurabile rispetto a come si dimena. Memorabili i suoi passettini sul posto, i balletti improvvisati in stile video d’aerobica americani, lo strisciare in ginocchio per il palco come posseduto.
Il coronamento di tanta benedetta demenza è la sua discesa tra il pubblico, dopo aver chiesto a tutti di sedersi, così da mettersi in mezzo ai fans a prendere per il culo i compagni di band intenti a suonare. I Valient Thorr lasciano un bel ricordo di sé a chi li ha potuti ammirare quest’oggi e reclamano le vostre attenzioni per gli anni a venire.

imm



RockHard Tent, 12.15 – 12.55

I Malevolent Creation li abbiamo appena ammirati, giusto un paio di mesi fa, al Magnolia, ma una band come questa non stanca mai. I deathsters americani interpretano i concerti come una cruenta battaglia, e difficilmente ne escono con le ossa rotte. Succede anche oggi, sotto l’ampio tendone della RockHard Tent, dove i nostri vanno a sfoderare tutto il repertorio di armi di distruzione di massa, creato in più di vent’anni di indefessa carriera. Buona l’affluenza del pubblico, che non lesina incitamenti all’act floridiano, apparso decisamente più sobrio in tutti i suoi componenti rispetto alla data italiana, nella quale i nostri avevano calcato la scena un pelo alticci. C’è un altro bassista in formazione oggi, il quasi adolescente visto all’opera a Segrate lascia il posto a un musicista più esperto ma non meno efferato nell’esecuzione. La partenza è sparatissima, i Malevolent Creation amano abbinare velocità e brutalità e ci attaccano compatti e ferini, con la determinazione di sempre. Genuinamente truci, con addosso brutalità ancestrale e quel senso del riff mortifero che nel death moderno pochi riescono ad avere, Hoffman e soci rimangono un classico inossidabile. Rispettata in pieno l’alternanza tra pezzi datati e recenti, con preponderanza per quelli più tirati, ovviamente, anche se non mancano neppure macigni da ducento tonnellate, cadenzati catacombali che fanno scendere la notte sotto la RockHard Tent. Inutile dire che la tenuta di palco è impeccabile per tutti i quaranta minuti a disposizione, Fasciana dispensa assoli affilati, Hoffman canta alla grande, e squadra minaccioso gli astanti per tutta l’esibizione. Non attacca fisicamente l’audience, ma il suo cantato miete comunque le consuete vittime. Discreta baraonda davanti, headbanging convinto appena dietro, uno stillicidio di ululati di approvazione all’annuncio di ogni canzone. Chiusura di prammatica con l’inno Malevolent Creation e ghigni di soddisfazione un po’ per tutti al termine dello show. Il vero death metal non muore mai.

imm



Main Stage 1, 13.45 – 14.30

A una breve ricognizione all’Extreme Market, l’area riservata agli espositori di dischi, magliette, vestiario e prodotti di varia natura, segue il concerto degli Alter Bridge, act per il quale andava verificato se il clamore nei loro confronti fosse giustificato, essendo assurti tra i pochi eroi moderni del panorama hard rock mondiale in soli tre album. Tiriamo un sospiro di sollievo già dopo il primo pezzo: qua la stoffa c’è. Il gruppo nato dalle ceneri dei Creed si presenta in modo fragoroso, impartendo fin dalle prime battute un’esemplare lezione di rock moderno. Indole seventies e potenza del terzo millennio, gli Alter Bridge ci mettono poco a stuzzicare i palati dei rockers più esigenti. Myles Kennedy prende immediatamente il controllo delle operazioni, infondendo in ogni linea vocale grande vigoria, come se ognuna di esse dovesse essere quella definitiva, risolutiva. Tinte blues “macchiano” un timbro vocale molto vicino a quello di David Coverdale e Robert Plant e la musica segue questa strada, risultando essere la perfetta congiunzione dell’hard rock vecchio stampo con il metal. La performance del quartetto è molto calda, rock nel vero senso della parola, con le singole note che trasudano feeling ed elettricità, anche nelle partiture più melodiche. Il singer è assolutamente incontenibile, pieno di adrenalina, si muove per il palco irrequieto, forse immagina che ogni metro percorso possa dare ulteriore linfa vitale ai pezzi. Un Kennedy mattatore, quindi, che scende a un certo punto a salutare le prime file, correndo da una parte all’altra a stringere mani con la gioia di chi nella vita non vorrebbe fare altro che cantare in cima a un palco. Il resto del gruppo non si limita a suonare bene le proprie parti, ma ci mette un trasporto e un tocco fatato che solo i più bravi riescono ad avere. Unico problema: comincia a piovere, e non è proprio una pioggerellina, anche se va e viene. Di questo, ovviamente, nulla si può imputare agli Alter Bridge, che si dimostrano formazione di alto lignaggio e classe, meritevole di tutti i successi ottenuti finora.

imm



Terrorizer Tent, 17.05 – 17.50

La Terrorizer Tent ribolle: l’afa appiccicosa delle paludi, i suoi miasmi, le perversioni di chi vi bazzica vengono esplicitate in musica dalla negatività assoluta degli Eyehategod. Occasione prelibatissima quella odierna, per l’esibizione nel giro di una manciata di ore del trio delle meraviglie Down, Corrosion Of Conformity, Eyehategod, con questi, la faccia più truce e antimelodica dello sludge, a fare per primi la comparsa nella prima giornata della kermesse francese. Il gruppo non nasconde nulla della propria parte oscura: gli ultimi istanti di soundcheck, con tutti i musicisti sul palco a dare gli ultimi ritocchi, sigaretta in bocca e aria lercia, sono un degno preambolo a ciò che sta per accadere. Il finimondo, fin qui appena dietro l’angolo, si materializza con l’arrivo on-stage del singer Mike Williams e l’avvio del concerto.
La distorsione di chitarra è uno squisito abominio, dolorosa e densissima, i ritmi convulsi e drogati. Inviti al mosh affogano in un inferno senza spiragli di luce, le parti lente soffocano ed esaltano, il pubblico si adegua alle cadenze e segue nell’headbanging la band come i bambini il flautista della fiaba del flauto magico. Nonostante l’apparenza insana, i cinque sono in formissima, Jimmy Bower in testa, si precludono ogni sosta, si stringono a centro palco, dando il senso di una unità di intenti indistruttibile. Il sound scuro, marmoreo, in uscita dalle casse viene straziato da urla hardcore che non perdono intensità per tutta l’esibizione e rappresentano il punto d’arrivo della deumanizzazione operata dagli Eyehategod. Le luci rimangono costantemente basse, virate a un blu che lascia intravedere in una flebile penombra le figure di chi suona.
Il dialogo tra stage e audience è quello di due pugili sul ring, si va a chi picchia più forte: allora sotto finchè ce n’è, con la polvere che comincia ad alzarsi e a dare contorni indefiniti a quel che accade. Negli occhi, nelle orecchie e nella testa, alla fine di 45 minuti meravigliosi come questi, rimane l’impressione di aver assistito a una devastante manifestazione di devianza e cupezza, che sancisce una delle performance più impressionanti dell’intero Hellfest.

imm



Main Stage 1, 19.05 – 20.05

Il supergruppo sludge-southern per antonomasia giunge sul Main Stage 1 quando l’acqua sembra dover squassare da un momento all’altro l’area concerti: da qui in avanti gli scrosci si faranno meno intensi, ma con i Down saranno abbastanza fastidiosi.
La band si presenta consapevole del proprio status e pronta ad accogliere consensi, molto rilassata e prodiga di sorrisi nei confronti del pubblico. Da quando Anselmo ha messo ordine nella sua testa e anche il resto della truppa passa meno tempo a trastullarsi in passatempi pericolosi, i Down sono in condizioni strepitose. I cinque amici di vecchia data che li rappresentano, peccato solo per la mancanza di Rex Brown al basso, non beneficiano di volumi all’altezza, ma questo è l’unico piccolo fastidio dell’ora di concerto. Keenan e Windstein fraseggiano in scioltezza fra le partiture in costante ammollo nel whiskey e nelle acque limacciose del Mississippi: il grande fiume viene omaggiato in Ghosts Along The Mississippi, e qui come altrove Anselmo fa cantare il pubblico a più non posso, e non certo perché gli manchi la voce, visto che quella è il solito miscuglio inconfondibile di cadenze da vecchio uomo del sud e atavica rabbia metallica. Il privilegiato in scaletta, dei tre opus discografici, è Nola: Temptation Wings, Stone The Crow (da brivido il coro del pubblico), Lifer, tutti pezzi su cui il singer ci tiene in pugno con facilità disarmante. Non si capisce se sia più adorante l’audience nei confronti della band o viceversa, tanta è l’empatia manifestata da quei simpatici omaccioni che ci stanno di fronte. Ode alla peccatrice città del jazz con la sboccata New Orleans Is A Dying Whore, bourbon giù nel gargarozzo sulle note di Underneath Everything. L’ennesimo omaggio alle proprie radici è l’inno col cuore in mano Eyes Of The South, intanto si va verso la chiusura, affidata ovviamente a Bury Me In Smoke. I Down partono forte e subito si fermano, Anselmo si rivolge ai fans e dice pressappoco: “E’ l’ultimo momento che abbiamo da passare insieme, facciamolo al meglio.”. E giù di nuovo con le martellate del riff iniziale, il trascinante chorus, il singer che va a scavare nella sua gola per trovarvi le note più basse che è in grado di produrre. Ennesimo coro cantato a una sola voce da coloro presenti in quel mentre nell’area concerti, con i Down che si congedano con la scenetta di lasciare man mano gli strumenti ai proprie roadies e a qualche amico di passaggio, tipo uno dei membri degli Eyehategod accorso allo show dopo il proprio concerto. Grande prova di onnipotenza per l’icona del metal sudista.

imm



Terrorizer Tent, 20.50 – 21.40

Per essere puntuali al concerto dei Corrosion Of Conformity in formazione a tre, periodo Animosity, saltiamo a malincuore i Meshuggah, in quanto l’ubiquità non ci è per ora concessa. Ciò che stiamo per ammirare, però, merita un tale sacrificio, perché vedere il combo americano riesumare la prima parte della propria storia non è qualcosa che si vede tutti i giorni. Abbiamo qualche timida speranza che possa apparire on-stage anche Pepper Keenan, ed in effetti il biondo chitarrista è a lato del palco in tenuta after-show (sembra in pigiama…).
Qualche ritocco per vagliare la resa dei singoli strumenti e si parte, in piena tradizione hardcore-proto thrash anni ’80. L’intesa tra le parti è ok, il terzetto, guidato dalla voce un po’ nasale e imperfetta di Mike Dean, apre il varco temporale che ci separa dall’epoca dei loro primi lavori, ossia gli anni dall’’82 all’’87, prima della svolta di Blind. Non per forza veloci, piuttosto spigolosi e ruvidi, i brani della prima tranche di carriera dimostrano di aver retto benissimo il peso degli anni, i Corrosion Of Conformity suonano con la freschezza e la voglia degli esordienti e fanno tracimare di entusiasmo tutti i convenuti sotto il tendone. Keenan già alla seconda canzone prende la chitarra e si aggrega all’altra sei corde di Woody Weatherman, quindi compare più avanti per qualche coro. Il concerto viaggia sui binari del più puro old-school, la band lascia in disparte l’intrattenimento e si concentra nell’interpretare fedelmente il vecchio materiale. Non sazi della lezione di stile impartita, i tre lasciano in fondo una chicca davvero speciale, che metterei tra i momenti più inebrianti dell’intero festival. Wead annuncia “un nuovo pezzo”, nientemeno che Vote With A Bullet, in verità risalente a vent’anni fa, essendo una delle tracce clou di “Blind”. Keenan si ripresenta on-stage, stavolta non solo alla chitarra ma pure al microfono. Attimi di squisita perdita di inibizioni accompagnano un po’ tutti nei pochi minuti del pezzo, suggello ideale a un’altra grande performance della prima giornata.

imm



Main Stage 2, 22.10 – 23.10

Imperversano sul web i commenti attorno al loro nuovo disco, il tanto agognato Illud Divinum Insanus, il primo con David Vincent a basso e voce dal lontano Domination; nella maggior parte dei casi sono negativi e vicini al puro disprezzo, qualche sparuto ammiratore del nuovo corso qua e là lo si trova, in generale c’è una sensazione di spiazzamento e quasi di sgomento a sentire cos’hanno combinato i pionieri del death floridiano. La dimensione live però mette tutti d’accordo e tende ad appiattire le differenze stilistiche col passato, finendo spesso per ricondurre sotto un unico comun denominatore gesta soniche che infiniti passaggi industriali per arrivare al cd finito finiscono, fatalmente, per creare, al di là delle scelte compositive di partenza. Non so dire, non avendolo ancora ascoltato, se l’album “I” dei nostri sia così lontano dalla loro leggenda, assicuro che nel contesto live la miscellanea tra passato e presente ha quel dolciastro gusto insalubre che i Morbid Angel non riusciranno a perdere nemmeno a 90 anni.
Un Vincent sempre più somigliante a Nikki Sixx in capigliatura, portamento, smorfie del viso, si piazza saldamente al centro della scena, tra lo zarro-laccato-biondicrinito Destructhor e il profeta del chitarrismo death Azagthoth. Tronfiamente sicuro di sì, ai limiti dell’idolatria dell’io, Vincent svetta nel suo inattaccabile carisma, dietro di lui la drum-machine chiamata a sostituire Pete Sandoval, a cui va tutta la mia comprensione per le pressioni esagerate che i death metallers gli hanno messo addosso: Tim Yeung, giovane di belle speranze, non farà rimpiangere il dioscuro dei batteristi death, pur non possedendone inevitabilmente il fascino luciferino. Trey piomba immediatamente in quella sua trance estatica che sempre l’accompagna dal vivo; il capello va a coprirgli completamente il viso, i tendini del braccio appaiono a fior di pelle mentre la linfa creativa si trasferisce dalle braccia alle corde dello strumento, per porgerci stridii solisti accecati dall’odio e riff da catacombe infette. L’apertura, in una serata oramai avanzata tinta ancora da una luce grigiastra (il sole andrà a riposo attorno alle 23), è affidata a Immortal Rites, oggi come nel 1989 una cerimonia di iniziazione per ogni death metaller e assolutamente letale nella spiritica parte centrale. Maze Of Torment è ancora più distruttiva, incombente, gigantesca. Nel suo distacco, Vincent a parte, la creatura Morbid Angel è quanto di più spirituale e atmosferico il death nudo e crudo possa proporre, il prolungato martirio solista di Chapel Of Gouls ne è la vetta estatica. Del nuovo lavoro assurgono a emblema un pezzo molto old-school, la nota da tempo Nevermore, e la ruffiana, uno sberleffo al death, I Am Morbid. Poche ciance, entrambe spaccano il culo, anche se l’ossessività della seconda nell’incedere provoca una certa sorpresa.
La pulsione rock, intesa nella voglia di arrivare dritti al cuore senza troppe mediazioni, emerge nella coltellata di Angel Of Disease, mentre Where The Slime Live esalta cupezza e malvagità del combo. Il singer annuncia i pezzi con raggelanti baritonali, accompagnati da occhiate cattive, magnetiche, da cui traspare la voglia di essere divo e personaggio di David, in netto contrasto col raccoglimento di Trey. Fa una comparsata sul palco Phil Anselmo, che abbraccia con molto calore entrambi i membri originari del gruppo, manifestandogli tutto il proprio affetto. Strana scena, spontanea e in linea con uno spirito di fratellanza metallica che vediamo sempre volentieri. Si chiude con una canzone in cui le note sembrano solidificarsi e prendere la consistenza di muraglie, abbattendosi al suolo in tonfi gelidamente sordi: God Of Emptiness. Il growl più espressivo del pianeta cancella ogni speranza, spazza via ordine e regole, crea il nulla: la divinità volgare ha cosparso la terra circostante di nuova blasfemia.

imm



Rock Hard Tent, 23.15 – 00.15

Alla Rock Hard Tent si respira l’aria asfittica del metal estremo più ortodosso e non c’è modo migliore di andare incontro alla notte che mettere in campo i precursori dei movimenti death e black. L’ultima band della giornata, che non seguiremo, sono i Mayhem con Attila Csihar alla voce, prima è il turno dei Possessed di un redivivo Jeff Becerra. Il singer, da anni sulla sedia a rotelle a causa di un proiettile che stava per mandarlo al creatore durante una sparatoria in cui era stato coinvolto per pura sfiga, durante l’ultimo tour in Europa, nel 2008, aveva seriamente rischiato la morte per un’infezione alle ossa. Ne era uscito fortunatamente con un grande spavento e senza ulteriori danni. Ora il gradito ritorno nel Vecchio Continente, con una formazione di onesti gregari a rimpinguare una line-up che lo vede come unico superstite della formazione che aveva inciso Seven Churches, Beyond The Gates e l’ep The Eyes Of Horror. Le immagini ai lati del palco richiamano proprio queste ultime due pubblicazioni e sono gli unici orpelli scenici per uno stage altrimenti piuttosto minimale, una costante dell’Hellfest, dove in genere l’”arredamento” del palco, anche sui Main Stage, è abbastanza scarno. Non manca invece il piacevole contorno di borchie e magliette old-school per i membri della band. Jeff è un po’ diverso dall’ultima volta che l’abbiamo visto, nel 2007 a Wacken, ha il capello un po’ più lungo e sembra anche ingrassato, perfino gonfio in faccia. Purtroppo, almeno per il primo paio di pezzi, non si sente la voce, il microfono fa le bizze e per quanto Becerra urli, non si sente nulla delle sue sgraziate vocals. Il tiro poi viene aggiustato, e per quanto l’ugola non sia quella dei giorni migliori, inferiore in affilatezza e veleno a quella della già citata edizione di Wacken, l’effetto complessivo non è disprezzabile.
I Possessed bastonano con invidiabile noncuranza per qualsivoglia finezza strumentale: selvagge, rudimentali, primitive, qualsiasi aggettivo che richiami un immaginario bestiale è lecito per descrivere le canzoni del gruppo, che ripercorre alla velocità di un treno a levitazione magnetica la scarna discografia alle spalle, lasciando pochissimo spazio ai dettagli e molto alla becera devastazione. Il pubblico di raffinati cultori dell’estremo davanti a loro non si fa pregare e abbonda in incitamenti ed headbanging. Jeff si sbatte come può dalla sua scomoda postazione, si profonde in ringraziamenti a un’audience che non l’ha mai dimenticato, sorride estasiato nel vedere quanto interesse ci sia ancora per la sua creatura. La convulsa performance si va a concludere nel segno di un pezzo icona dell’estremo, Death Metal, accolto col boato più fragoroso dell’intera esibizione. Il rauco vociare degli astanti nel chorus risuonerà quale dolce nenia nella testa di Jeff e compagni per chissà quanti giorni a venire.

imm



Altro splendido superstite da overdose (qualche ora prima abbiamo visto Phil Anselmo…), Dave Wyndorf è un’altra di quelle icone inattaccabili alle ingiurie del tempo e degli stravizi e anche ora che ha passato i 50 e si è tirato giù di tutto, è più tonico lui di almeno la metà di quelli che lo guardano suonare. E’ l’una di notte ormai, le facce sono stanche ma non c’è ombra di sazietà. E se sul Main Stage gli In Flames stanno riempiendo di fiammate e fuochi d’artificio l’aere, qua è lo stoner/hard rock a spadroneggiare. La Terrorizer è nuovamente piena imballata e pronta a scattare sull’attenti. Il singer, su cui sono concentrate tutte le occhiate dei presenti, si mostra inizialmente abbastanza compassato e tiene un atteggiamento controllato e sornione. Non ha freni la musica, i Monster Magnet mostrano la verve delle giornate buone e non si devono sforzare per ingraziarsi chi sta ascoltando. Più che perdersi in derive psichedeliche, il combo dal vivo trasmette un flusso hard rock torrido e confortevolmente avvolgente. Riff energici e un’assidua ricerca del dinamismo fanno sì che anche le parti strumentali più lunghe abbiano carica da vendere e mandino in solluchero anche i meno avvezzi al genere.
I nostri si esprimono con sicurezza da primi della classe e eruttano ettolitri di feeling, deliziando in ogni singolo passaggio. Per larga parte dello show ci sono addirittura tre chitarre all’opera, e si sente, visto il muro di suono eretto: Dave non si stacca facilmente dal suo strumento, ma anche senza si muove bene e non sembra gli manchi qualcosa. La voce regge alla grande, rimane fascinosa per tutta l’ora a disposizione e non si increspa per improvvidi debiti di ossigeno. Per un novizio assoluto all’operato di tali maestri del vivere lisergico e rock’n’roll, i Monster Magnet hanno rappresentato una delle grandi scoperte del festival. Magnetici.

  • Location: Clisson, Francia
  • Date: 17-06-2011
Giovanni Mascherpa