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Lunedì 22 Agosto 2011 16:42

Hellfest 2011 - Secondo Giorno

Written by  Giovanni Mascherpa
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Main Stage 2, 11.45 – 12.15

Al risveglio la visione del cielo mattutino è la medesima di quella del giorno precedente: grigiore diffuso, nuvoloni minacciosi, sole nascosto. Cominciamo bene… Non ci svegliamo abbastanza presto per l’apertura delle ostilità, entriamo precisi per il primo nome di un certo spessore in campo quest’oggi. L’occasione è gradita per rivedere all’opera, dopo solo un paio di mesi dalla loro trasferta italiana, Tony Portaro e compagni. Cappello da cowboy in testa a celare la pelata, smanicato di pelle e occhiale da sole, il singer è praticamente pronto per un rodeo. L’aria non è ancora elettrica, ma il trio yankee sa come strappare dal torpore un’audience già abbastanza provata da un primo giorno intensissimo. Essendo ancora nel tour di celebrazione di Power And Pain, sono i brani di quella release i grandi protagonisti della mezz’ora a disposizione e vengono così lasciate in disparte le divagazioni meno thrash oriented con le quali avevano, brillantemente, infarcito la data del Carlito’s Way di aprile. La scelta, inutile sottolinearlo, è perfetta e fa sobbalzare un po’ tutti quanti. Mannaggia ai Whiplash, il collo già provato è sottoposto a headbanging forsennato a causa di inni senza tempo quali War Monger, Nailed To The Cross e soprattutto Power Thrashing Death, che provoca la prima selva di pugni alzati al cielo. La nuova lipe-up dei thrashers del New Jersey, seppure leggermente meno scatenata di quella appena precedente e più legnosa nell’esecuzione, compie degnamente la sua missione, forte anche di condizioni di suono favorevoli e del solito famelico agire da thrash metal band di razza.

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Main Stage 1, 12.20 – 13.00

Una delle sorprese più belle arriva dalla vecchia guardia della NWOBHM. Gli Angel Witch si presentano poco dopo mezzogiorno, con una line-up rivoluzionata negli ultimi due anni attorno al mastermind Kevin Heybourne e con il fiore all’occhiello di Bill Steer alla seconda chitarra. Chi si aspettava una esibizione stanca da vecchie cariatidi viene immediatamente smentito dall’opener Gorgon. Ci sono ritmo e sostanza, l’oscurità delle notti di sabba si fa strada anche in pieno giorno. La voce di Heybourne entra subito in temperatura e fa sognare, visto che senza tentennamenti ripercorre le linee vocali originarie dei pezzi di Angel Witch. Difatti oggi gli inglesi si concentrano esclusivamente sul primo disco, l’unico in verità ad averli resi relativamente famosi, anche se successivamente sono usciti Screamin’n’Bleedin’ e Frontal Assault. Le canzoni escono più metalliche rispetto alle versioni del disco, ma non perdono l’alchimia originaria. Stupore prima ed esaltazione appena dopo accompagnano il gruppo nell’esecuzione di Sorceress, Confused, con i caratteristici coretti, Atlantis, ripercorse mantenendo intatto il mood originario e con un tiro maggiore. Heybourne non si sbrodola addosso come altri suoi colleghi quasi coetanei e più rinomati, non sta a menarla sull’importanza della band, sulla storia passata e tante altre belle favole, si concentra sulle canzoni e non si permette pause. Il lontano esordio viene suonato quasi per intero, e per chi scrive i gioielli assoluti dell’esibizione, prima della chiusura che si può ben immaginare, sono almeno tre. Il primo è White Witch, cavalcata metallica esoterica, fortemente suggestiva, che ha il suo climax nello stacco seventies, ai limiti della psichedelia, piazzato prima della ripresa del riffing principale sul finale. Il secondo colpo al cuore è rappresentato da Angel Of Death, una geniale anticipazione del thrash dal battente ritornello e dal riff scultoreo. Infine, la celeberrima Baphomet, che aveva anticipato il talento del combo, allora un terzetto, nella compilation Metal For Muthas. Per tutto il tempo l’intesa tra i componenti è perfetta e il gioco di chitarre tra i due soloni dello strumento Steer-Heybourne fa scintille: l’ultimo saggio di classe arriva con il pezzo eponimo della band, quella Angel Witch che anche i non fan conoscono a memoria. Un breve accenno all’outro dell’album, Devil’s Tower, e poi la strega fugge via; oggi i suoi incantesimi hanno portato lieti doni nelle terre della Loira.

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Main Stage 2, 13.05 – 13.45

In Italia, tra le menti ottuse, gira l’orrida definizione, per i gruppi meno ligi ai gusti delle masse, di band “non da festival”. Tale nomea bolla gli ensemble dalle proposte più originali, di non facilissima assimilazione, ma dal grande fascino, che per il fatto di avere una loro complessità e una chiave di lettura non immediatamente decifrabile vengono schifati da coloro che vanno ai concerti solo per saltare a tempo su ritmi in 4/4 e cantare dei bei ritornelloni melodici. Ovviamente fuori dai nostri confini su queste idee malsane ci scoreggiano sopra e bella gente come i Mekong Delta ha libera cittadinanza. Vero, anche da queste parti si sta abbastanza larghi ed è più facile che con altri arrivare alle prime file, ma non si creda che l’accoglienza sia tiepida.
Come all’Headbangers dello scorso anno, l’istrionico singer Martin Le Mar appare con un asciugamano in testa e un elegante mantello, intonando una breve intro a cappella, apripista del thrash pirotecnico di Memories Of Tomorrow, interpretata in modo personale dal singer, non potendo oggettivamente esprimersi sulle tonalità acute della versione originaria. Il secondo brano in scaletta è un’altra contorsionista sparata degli anni ’80, The Cure: le prime due canzoni servono a catturare l’attenzione dei meno avvezzi alle sonorità dei metallers teutonici, che dopo cotanto inizio si mettono d’impegno nel ricreare le proprie partiture più cervellotiche e progressive. Ampio spazio viene dedicato all’ultima fatica Wanderer At The Edge Of Time, e qui bisogna mettersi d’impegno per stare dietro alla densità di passaggi a effetto messi in mostra: lo spropositato bagaglio tecnico del gruppo permette a tutti e cinque di non andare in confusione e di mantenere ottima pulizia esecutiva in ogni istante. Il feeling non manca, è solo da comprendere, e non è detto che le cose difficili debbano annoiare, anzi. I Mekong Delta si stagliano come splendida mosca bianca anche nell’eclettico contesto dell’Hellfest e si permettono il lusso della folle strumentale Hut Of Baba Yaga, una delle palestre preferite del dotto bassista Ralph Hubert. Dal materiale di inizio anni ’90 si segnala una grande Sphere Eclipse, nel primo periodo in cui i nostri viravano verso il prog, prima che si vada a concludere il concerto con un’altra frustata, Transgression. Si ritorna all’headbanging forsennato e si finisce in bellezza un altro grande concerto di una giornata ferocemente dedicata al sottogenere più acclamato degli anni 2000, il thrash.

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Terrorizer Tent, 14.40 – 15.20

Un puntino d’Italia fa finalmente capolino alla Terrorizer Tent. I Raw Power non capitano per caso nella giornata dedicata a thrash e hardcore, e sono qui per dimostrare tutto il loro valore a un pubblico che non li conosce a menadito. Pochi minuti prima dello show il colpo d’occhio nel tendone è abbastanza desolante, trattandosi fino a quel punto della platea più esigua riscontrata all’Hellfest. I Raw Power ovviamente non stanno a contare chi c’è e chi non c’è e pestano col consueto furore già nelle prime battute. L’agonismo del singer Mauro Codeluppi e dei suoi scatenati compari attrae man mano sempre più gente sotto la Terrorizer e si creano pure le prime schermaglie nel pit. Il richiamo della foresta giunge, tra gli altri, a personaggi estremamente pittoreschi, che immancabilmente vanno a piazzarsi nelle prime file a far casino. I soggetti più improbabili iniziano a darsi battaglia negli spazi larghi che si vengono a creare alle prime spinte, e le mosse da ubriachi di alcuni di loro attraggono più volte la nostra attenzione, ci viene difficile staccare gli occhi da individui così posseduti da alcool e sostanze di dubbia natura.
Il combo nostrano fomenta gli animi con una serie di pezzi senza respiro, oggi più tendenti al thrash piuttosto che all’hardcore grazie al sound miracoloso proveniente dalle casse. Sul palco c’è tantissimo movimento, i nostri sono scatenati e saltano da una parte all’altra con un’energia almeno pari a quella dei brani proposti. I Raw Power si fanno valere anche in terra di Francia, un concerto cominciato in mezzo a pochi astanti che finisce in bolgia dice molto di quello che si è riusciti a comunicare al pubblico.

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Main Stage 2, 16.15 – 17.00

In un raro momento di quasi caldo, a fare da apripista alla sacra triade tedesca sul Main Stage 2, irrompono i super cazzari della Virginia Municipal Waste. La densità umana si fa elevatissima manco fossero un headliner, tutti i thrashers non vogliono mancare all’appuntamento con la band che ha rilanciato il thrash-core su scala planetaria. Nelle prime file compaiono addirittura salvagenti e canotti, la goliardia sta per prendere il sopravvento, i circle-pit pure. I quattro, effettivamente, mantengono le attese ed esplodono in tutta la loro sguiatezza appena scocca l’ora convenuta. Ovviamente succede il finimondo un po’ dappertutto e non si sa più dove mettersi per evitare di finire in qualche vortice. Suicidal Tendencies, S.O.D., D.R.I. e Anthrax sono omaggiati in song volgari, riottose ad avere un minimo di logica e a non sfociare nel casino più totale. Gruppo dalla forte attitudine ed entertainer nati, i Municipal Waste schiaffeggiano senza compromessi tra sproloqui, scherzetti demenziali, schegge di ignoranza a go-go. Anche l’occhio vuole la sua parte, e il look dei quattro non tradisce, essendo impeccabilmente retrò in ogni dettaglio: scarpe da ginnastica con linguetta esagerata, pantalone corto trasandato, fasce in testa, magliette pescate in un polveroso ripostiglio. Mosh, mosh e ancora mosh, accade praticamente solo questo quando ci sono loro in scena, tra risate e istinti distruttivi non possiamo che proclamare i Municipal Waste veri maestri della benemerita The Art Of Partying, come recita il loro pezzo-manifesto.

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Main Stage 1, 17.05 – 17.55

Profumo di leggenda. Annacquata dai lunghi anni trascorsi dalla morte di Phil Lynott, la caratura siderale dei Thin Lizzy ha ancora modo di rifulgere nonostante la band funga, da tempo, da mera cover band di se stessa. E’ un dato di fatto, questo, che nulla toglie al valore dei loro concerti, sempre di alto profilo grazie a formazioni mutate negli anni sotto la guida di Scott Gorham, ma sempre all’altezza della loro missione. Far rivivere grandi canzoni come quelle del combo irlandese necessita di adeguata perizia, il valore delle song non può essere sminuito da tocchi plebei, e fortunatamente anche oggi il concerto assume le proporzioni di un caloroso omaggio a un passato memorabile.
L’ultima incarnazione dei Lizzy propone un tastierista fisso e una terza chitarra, oltre che un nuovo cantante, visto che da qualche anno ha abbandonato la partita John Sykes. Al suo posto, il tatuatissimo Ricky Warwick, che fortunatamente ricerca linee vocali fedeli a quelle di Lynott e mostra buon carisma e senso del ruolo. Il peso di far vivere le dolci armonie chitarristiche investe equanimemente le tre sei corde, che compiono benissimo il loro compito immettendo un pizzico di robustezza metallica in canzoni che, in alcuni casi, già ammiccavano all’heavy metal vero e proprio. L’opener Are You Ready? dà la prima spinta a buttarsi nella nostalgia e da lì in avanti le emozioni vanno in crescendo, con la band sempre più sciolta e il pubblico sentitamente partecipe. E’ tutto curato al meglio per non perdere il tipico feeling dei brani: i coretti di Waiting For An Alibi, quell’insondabile sentore di country permeante Cowboy Song, il riffing metal di Emerald, nel quale leggere una preveggente anticipazione dei Maiden non è poi reato. Si ascolta rapiti, una set-list del genere è una prelibatezza che non scontenta nessuno, va a pescare le tracce più conosciute del gruppo e quindi qualcosa insito nel patrimonio comune delle conoscenze musicali dei presenti. La “botta” maggiore, per quasi tutti, è infatti rappresentata da Jailbreak, The Boys Are Back In Town e ancor di più da Whiskey In The Jar. Col suo poetico andamento, così lontano dalla frenesia e dai ritmi martoriati della gran parte degli ensemble visti all’Hellfest, questa canzone mette tutti d’accordo e stringe in un comune abbraccio gioioso band e pubblico. Grandi ammiccamenti tra i musicisti, doverosi omaggi all’unico membro storico rimasto in formazione e a chi non c’è più contornano un’esibizione pressoché perfetta, chiusa dal tour de force di Roisin Dubh (Black Rose): A Rock Legend. Applausi prolungati, poi di nuovo sotto col martirio del thrash.

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Main Stage 2, 19.55 – 20.45

L’inalienabile diritto dei Sodom di far male ad ogni latitudine dovrebbe impedire a gente come gli Apocalyptica, turlupinatori del metallo di immeritata fama, di sforare nei tempi, riducendo col loro ritardo l’inizio dell’esibizione di Tom Angelripper e soci. Ci passiamo sopra, oggi siamo buoni, e tributiamo un barbaro urlo all’entrata in scena del power trio teutonico. L’incipit è il medesimo della data milanese di febbraio, il mid-tempo guerresco di In War And Pieces taglia l’aria e consegna il Main Stage a efferati colpi di mitraglia. Tutto è meravigliosamente al suo posto, dei Sodom non val la pena dubitare: il nuovo batterista rulla a spron battuto, Bernemann scortica la chitarra con ineffabile cinismo, Angelripper rumina vocals al veleno facendo puzzare l’aria di polvere da sparo. La scaletta sarà prevedibile quanto si vuole, ma ha il dono della concretezza. Outbreak Of Evil, M-16, The Saw Is The Law, sono solo alcune delle mazzate tra i denti della prova odierna, e sono colpi difficilmente schivabili anche se si conosce esattamente come e dove ti pesteranno. Il sound assiste la macchina da guerra teutonica nella sua opera di annientamento, perpetrata in questa occasione più con ammorbanti cadenzati che attraverso fulminee scorribande. Blasphemer è una delle rare incursioni nel thrash/black più ignorante, la parte da leone la fanno le urla al cielo dei pezzi più anthemici e il loro ritmico tambureggiare. Visti una volta li hai visti per sempre, ma ai Sodom non si rinuncia mai; il circle-pit al centro raggiunge buoni livelli di caos, direi che è un altro sigillo di qualità sulla performance odierna. Come si diceva in apertura, i nostri subiscono un delittuoso taglio, così che Remember The Fallen chiude anzitempo le ostilità, tagliando fuori alcuni cavalli di battaglia onnipresenti tipo Bombenhagel. Poco male, lo show è stato lo stesso all’altezza delle aspettative.

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Terrorizer Tent, 20.50 – 21.40

E’ passata una vita da quando la demenza thrash/crossover sfracellava le ossa dei più accaniti mosher del globo, fortunatamente il morbo si sta nuovamente diffondendo per le arene da concerti e sia le nuove leve che i vecchi leoni si danno battaglia a chi provoca più danni. Non potevano restare fuori dal ritorno in auge di tali sonorità i maestri indiscussi D.R.I, che tornano in Europa dopo un’assenza infinita davanti a un’audience fremente per il loro arrivo. Anche se i Sodom hanno appena concluso la loro performance e hanno richiamato una folta schiera di sostenitori, sotto il tendone più infuocato dell’anno c’è una fibrillazione che si taglia col coltello. Perdiamo la prima manciata di secondi dello show ed arriviamo nelle zone calde che il pogo è già assassino. Ormai qua sotto la polvere domina, e nessuno si stupirebbe se prendesse fuoco visto quanto accade on-stage.
Non ci poteva essere un ritorno sulle scene migliore per i quattro del Texas: il tempo per loro si è fermato, attitudinalmente sono rimasti degli inguaribili cazzoni, che imbracciano gli strumenti col solo intento di andare il più veloce possibile e far deflagrare tutto quanto in un immane schianto contro un oggetto contundente. L’anarchia del punk e l’affilatezza del thrash trovano il loro punto di incontro-scontro naturale nelle song del combo, encomiabile per come riesce a viaggiare sul filo della confusione più totale senza cascarci dentro, sublime per la dote innata di trasformare l’ignoranza in energia nucleare, divino nell’essere rimasto uguale a se stesso nell’atteggiamento. La presentazione dei brani, i dialoghi tra i musicisti e lo stage-acting non hanno subito evoluzioni, i D.R.I. non sono cresciuti, maturati, diventati adulti, no, sono ancora dei ventenni incazzati col globo intero, che il poco barlume di ragione presente nella loro testa lo usano per suonare al 110% materiale ancora oggi insuperato nella sua elementare forza esplosiva. I rari attimi di autocontrollo si spaccano in un vortice thrash/core assurdamente convulso, il disordine regna sovrano, Spike Cassidy e Harald Oimonen si contorcono rispettivamente su chitarra e basso, le loro facce facciose da nerd tese allo spasimo, mentre Kurt Brecht tiene in pugno la folla e mostra un invidiabile atletismo, oltre a una tenuta vocale ottimale.
Gli unici limiti allo show sono quelli temporali, e per quanto i D.R.I. cerchino di schivarli azzerando le soste per rifiatare, prima o poi questo incredibile sbriciolamento di ossa deve pur finire. Highlight assoluto della manifestazione e goduria incancellabile, dal vivo i D.R.I. sono imprescindibili.

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Main Stage 2, 21.55 – 22.55

Mediamente i palchi dell’Hellfest sono predisposti in maniera sobria, pochi allestimenti scenici, al massimo qualche amplificatore in più per alcuni act rispetto ad altri e un telone con la copertina dell’ultimo disco. Tra i pochi a fare le cose in grande, ci sono i Kreator, per i quali viene montata la batteria sopra una pedana nelle retrovie dello stage e piazzate due colonne ai lati, a dare un’idea di possanza che, di lì a poco, verrà ribadita con l’attacco di Hordes Of Chaos. Mille sta da dio e complici piccoli effetti maligni alla voce e giochi di luce che sottolineano le inquietanti smorfie del viso, si mette in massima disinvoltura nei panni di Lucifero. Desideroso di un congruo tributo di sangue, il singer chiede a gran voce un circle-pit non esattamente circoscritto a pochi elementi, e in men che non si dica si crea il vuoto a centro prato. Alla pari dei Sodom, l’unico appunto che si possa muovere al concerto dei Kreator è la monotonia della scaletta, sempre la stessa e pressoché priva di cambiamenti anche nella sequenza dei brani. Quisquilie, a dire il vero, visto con quanta ferocia aggrediscono le canzoni e sbranano l’audience gli uomini guidati da Petrozza. Si snoccioli allora il rosario e si dicano le ultime preghiere: Destroy What Destroys You riempie l’aria d’acido muriatico, Reconquering The Throne e Violent Revolution la mettono sull’anthem e hanno, bontà loro, un barlume di melodia che le umanizza un pelo. Arrivano randellate ancora più stordenti, perché Phobia ha sempre quel ritornello isterico da far gelare il sangue, Enemy Of God è tanto classica quanto incisiva, Pleasure To Kill profuma di morte a distanze siderali. Le luci rossastre affermano che sì, l’Inferno è proprio questo, e l’unico segno di beltà sta nella precisione assoluta di tutti i musicisti, che presi da soli non saranno i geni assoluti dei loro strumenti, ma insieme sono pressoché imbattibili per efficacia on-stage. La bandiera dell’odio sventola suprema nell’ora ultima, e Flag Of Hate tira l’ultima fiondata in fronte, contornata dall’ennesimo circle-pit di immani proporzioni.

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Main Stage 1, 23.00 – 00.55

La fregatura, l’unica della manifestazione, arriva da chi meno te l’aspetti: gli Scorpions. Il pluri-patinato combo teutonico, atteso a uno dei concerti più importanti dello strombazzatissimo tour d’addio, dimostra tutta la supponenza di chi si crede superstar e ha perso da un pezzo il senso di cosa voglia dire essere musicisti hard rock nell’anima. La legge del portafoglio, tanto cara ai cinque di Hannover, stavolta se li è mangiati vivi e li ha portati a concepire uno show tra i più truffaldini che sia mai capitato di vedere.
Attesi da una folla senza pari rispetto a tutti gli altri nomi visti in ballo all’Hellfest 2011, tanto da far temere nel pomeriggio resse a livello dei palchi principali di Wacken che poi, fortunatamente, non si sono verificate, i tedeschi arrivano in scena in leggero ritardo, su di un palco illuminato a giorno da uno schermo di led sullo sfondo e da un altro posto in corrispondenza della pedana della batteria a metà stage. I volumi sono insolitamente bassi, è vero che i palchi principali hanno un sound meno roboante che nei tendoni, ma in questo caso si scade un po’, così da annacquare l’impatto di Sting In The Tail. Il brano è affrontato in maniera precisa e impeccabilmente, eppure affiora subito la sensazione che gli Scorpions vogliano giocare al risparmio e non andare al di là del compitino che si sono posti di compiere stasera. Meine canta bene, anche se concede fin troppo spazio al pubblico, gli altri si comportano come musicisti che si conoscono a memoria e potrebbero esibirsi anche con le dita ingessate e a occhi chiusi, tanto sanno il repertorio a memoria. La prima parte dello show scorre bene, apparentemente, nel senso che arrivano gli stra-classici attesi da tutti (Make It Real, Loving You Sunday Morning, The Zoo, Dynamite), ma questo profluvio di canzoni storiche non è una piena emotiva tale da rompere gli argini della compostezza, e invece che scaldare gli animi sempre più gli Scorpions si afflosciano vistosamente. I suoni, con l’andare dello show, si aggiustano, quello che non cambia è il modo di comportarsi dei musicisti, troppo star per poter creare una vera empatia con chi ascolta e incapaci di scendere dal piedistallo che si sono creati. Lo scempio però arriva sul serio quando viene lasciato spazio libero al batterista Kottak per l’assolo, circa a metà spettacolo. Il biondo drummer si esibisce in un siparietto tremendamente lungo, privo di significati musicali (a un certo punto partono delle basi di chitarra…) e tedioso all’inverosimile. Al ritorno on-stage di tutti gli altri, ecco Blackout, The Best Is Yet To Come, Big City Nights e poco altro, inframmezzati dall’assolo di Schenker, altra palla al piede monumentale, fino all’ovvia conclusione, rappresentata da Still Loving You, cantata più dal pubblico che da Meine, e da Rock You Like An Hurricane. Il tempo realmente dedicato alla musica si sarà attestato su poco più della metà delle quasi due ore a disposizione, il feeling è stato costantemente sottozero, la noia si è fatta largo ad ampie falcate in tanti, troppi momenti. A questo punto, è meglio che i rockers tedeschi la finiscano in fretta e se ne vadano in pensione, se questo è quanto hanno oggi da offrirci, non sentiremo la loro mancanza. Ascolteremo volentieri i loro dischi, difficilmente desidereremo vederli ancora dal vivo.

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Main Stage 2, 01.00 – 02.00

Non c’è modo migliore di sanare la bruciante delusione lasciata dal concerto degli Scorpions che andare incontro all’appuntamento con la storia di questo Hellfest. Il ritorno dei Coroner era stato anticipato a tutto il mondo, ancora prima della reunion ufficiale, proprio all’Hellfest 2010, e l’edizione 2011 rappresenta il battesimo del fuoco europeo per la band svizzera. Il fenomeno Coroner è abbastanza curioso all’interno del panorama estremo: rimasti abbastanza di nicchia all’epoca dei loro dischi, i nostri hanno visto crescere a dismisura il following sia all’interno dell’audience con ascolti di ampio spettro, sia tra i thrashers duri e puri. Questo perché sono sempre stati maledettamente avanti e svincolati dai soliti canoni del thrash. La trepidazione è quindi davvero elevata quando calcano lo stage e attaccano in modo scarno e incisivo, soggiogando tutti quanti in un mid-tempo ipnotico. E’ immediatamente chiaro che il trio è arrivato ben preparato alla sua seconda nascita, tanta è la sicurezza nelle vocals di Ron Royce e l’affidabilità dell’intero apparato strumentale. Il gruppo dà spazio nullo a tutto ciò che non concerne la musica, ma in ciò che suona ci mette la classe principesca che aveva reso grandi Punishment For Decadence e Mental Vortex. Rifulge di una luce abbagliante il chitarrismo da quarta dimensione di Tommy T. Baron, maestro incontrastato dello strumento che nessuno ha mai osato sfidare sul suo stesso campo: i riff in costante mutazione e gli assoli veloci e impossibili, spesso fusi alle ritmiche in uno spietato nodo scorsoio, sono sempre quelli, le atmosfere tetre e insondabili pure, per cui il concerto ci mette poco a varcare i confini del puro culto. I Coroner ricreano anche quei piccoli effetti coi quali amavano contornare ogni tanto i pezzi, tipo le finte acclamazioni della folla in Masked Jackal, grazie a un collaboratore della band posto a un lato del palco e presentato al pubblico quasi come un membro aggiunto del combo. Dal punto di vista visivo, c’è da dire che le differenze col passato sono sensibili, Royce è irriconoscibile con la sua crapa pelata, e pure gli altri due mostrano i segni del tempo, anche se si tratta di normale e dignitoso invecchiamento e non di debosciamento. La tracklist è equanime nel dare risalto a tutti gli album, ci sono le sferzate più minimali di R.I.P., gli ottovolanti di note, sempre più esagerati negli anni, del periodo tra Punishment For Decadence e Mental Vortex e le cadenze al limitare dell’industrial di G.R.I.N.. Proprio la title-track del loro ultimo lavoro in studio viene scelta come primo atto di congedo, prima di un bis totalmente old-school, preceduto dal doveroso ringraziamento ai fans e all’organizzazione del festival. Il finale è dominio di Reborn Through Hate, ed è inutile rimarcare di chi sia la rinascita… Grandissimo come-back, questa è una reunion che promette grandi cose nel prossimo futuro.

  • Location: Clisson, Francia
  • Date: 18-06-2011
Giovanni Mascherpa