Frangar, atto secondo. Un altro passo verso la definizione di un metal militante feroce, scevro da compromessi e totalmente asservito alla libera creatività, alla formazione di qualcosa che non possa essere accostato a niente e a nessuno.
Il nero era la tonalità dominante di “Totalitarian War”, disco militaresco, truce, segnato da mitragliate black metal style e una forte impronta patriottica, esaltata dal cantato italiano; rosso accesso, colore della passione e degli slanci emotivi più forti, è il colore supremo di “Bulloni Granate Bastoni”, che riprende dall’esordio la stessa rabbia famelica e la traspone in un suono che parte dal black, si arricchisce di evidenti striature crust/punk e arriva a un ibrido tumultuoso refrattario a ogni benché minima classificazione. La genuina libertà espressiva del Colonnello ha concepito un novero di canzoni in cui convivono futurismo, nostalgia per un’Italia maschia e gloriosa, esaltazione degli ideali bellici e la volontà di non piegarsi, costi quel che costi. Ben lontani da quei gruppi che la buttano sull’ideologia per nascondere la propria povertà di idee, i Frangar mettono in sinergia testi e musica permettendo a entrambi gli elementi di rinforzarsi reciprocamente, come se i primi perdessero di slancio senza una base sonora adeguata, e viceversa. Le strutture dei pezzi sono mutate rispetto alle sparate parossistiche degli esordi, alternando ora segmenti di sfrenata devastazione e furia incontrollata a stacchi più ragionati, trasudanti una certa solennità e gusto per le dissonanze ipnotiche, che si guadagno brevi spazi di manovra prima di far ripiombare la musica in un coacervo di invettive da campo di battaglia, chitarre incendiarie e una batteria dai colpi secchi e rimbombanti. Le liriche, grazie a un cantato più personale e meno in screaming, declamatorio e ancora una volta contraddistinto da un’enfasi a dir poco esaltante, irrompono come profonde lacerazioni nelle orecchie e nella testa, non si dimenticano, non lasciano indifferenti. Assistiamo in questo disco alla fusione di un estremismo sonoro e concettuale profondamente radicato con l’urgenza espressiva e il disordine creativo del punk in versione metallica, oltre che alla volontà di congegnare vere e proprie canzoni dallo sviluppo organico e dalla spiccata unicità. Nessuna reiterazione delle medesime soluzioni tra un brano e l’altro, non ci sono deja-vu, solo uno stillicidio di anthem violentissimi grondanti sangue e veleno e venati di un’epica guerrafondaia sulla quale troneggia, vincente, il tricolore.
Un unicum in tutta la scena nazionale e internazionale, un collettivo votato a trasporre in note convinzioni e idee in cui crede realmente, per le quali sarebbe disposto a morire. E se pensate che questa sia retorica, ascoltate “Gioventù Di Ferro” o “Solstizio Di Sangue”, sentirete la vostra pelle bruciare, trafitta dalle pallottole sparate dai Frangar a difesa dei loro valori e della propria missione. Fieri della propria italianità e senza timore di nascondere quel che sono, i Frangar hanno piazzato uno dei dischi top del 2011.


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