Nel duro confronto coi maestri del passato, alcuni sottogeneri scontano un handicap di partenza più rilevante di altri. Nel doom, nel death, nel black l’esplorazione di nuove dimensioni e devianze verso estremismi di ogni tipo, vuoi di tipo tecnico compositivo, vuoi di tipo concettuale, ha portato nuova linfa e ha consentito la creazione di nuovi miti underground. All’interno dei confini, spesso soffocanti, del metal classico le giovani band faticano invece a elevarsi sopra il grado di scrupolosi amanuensi, bravi a ricopiare in bella calligrafia sul pentagramma quanto di eccezionale creato da Iron Maiden, Accept, Fates Warning e via discorrendo nei decenni passati. Gli act validi e meritevoli però ci sono e vanno supportati, e gli Striker sono sicuramente tra quelli da non far passare inosservati. Probabilmente non diventeranno delle superstar e continueranno a essere acclamati giusto nell’underground, ma è indubbio che arrivati al traguardo del secondo disco sono qualcosa di più di ragazzini innamorati delle sonorità anni ’80 e meritano un minimo di attenzione da parte della disattenta audience metallica, poco propensa a dare una chance ai giovani ensemble.
“Armed To The Teeth” mantiene le promesse dell’esordio “Eyes In The Night” e comunica le stesse brucianti emozioni delle performance live dei canadesi, di cui ho avuto il privilegio di godere all’Headbangers Open Air 2011. I brani del nuovo disco hanno la sfrontatezza della gioventù libera da dogmi e imposizioni, l’energia degli anni spensierati, denotano una conoscenza della materia heavy ampia e per nulla stereotipata e una scrittura che media spontaneità e cura per i dettagli. Non provate a rilevare il dominio di una scuola di pensiero sull’altra, gli Striker si abbeverano in dosi più o meno eguali della tradizione power americana, della melodicità nord europea e della propensione anthemica teutonica, infarcendo il tutto con una propensione al ritornello vincente che non li farebbe sfigurare tra i dioscuri del class metal. Le diverse influenze a volte dominano un intero brano, in altri casi si danno il cambio all’interno della stessa canzone, con risultati sempre degni di nota. Lo spirito rockeggiante esce allo scoperto in “Feed The Fire”, che d’altro canto vanta pure frammenti speed non di poco valore, anche se è il chorus a presa rapida a conquistarti nel giro di pochi ascolti. “Fight For Your Life” potrebbe essere l’inno metal dell’anno, orecchiabile ma d’acciaio, “Can’t Stop The Rush” sposa la coralità esuberante dell’heavy melodico vecchia scuola a un riffing insieme serrato e caldissimo, ricordando i Priest degli eighties. “Forever” è un’opener di razza dal riffing made in Running Wild, “All The Way” ricorda alcune cose dei Maiden nel pieno del vigore, “Lethal Force” ti piazza tra capo e collo certe ritmiche in crescendo da brivido, strofe tesissime e un’accoppiata bridge-refrain da gruppo scafato, che sa dove colpire per entrare nel cuore del metallaro medio. I singoli musicisti sono al servizio della causa comune, ognuno al proprio posto per costruire i capisaldi del nuovo-vecchio metal del 2012. Ovvio però che trattandosi di metal classico non possiamo tralasciare di darvi conto di un cantante tra i più duttili e incisivi che la nuova ondata di metal freaks possa proporre, grazie al piglio da condottiero, a una buona estensione e alla pericolosità dello screamer di razza. Dan Cleary, questo il suo nome, può diventare una piccola leggenda nel circuito underground. In poche parole, in “Armed To The Teeth” ci sono tutti gli ingredienti per godersi una quarantina di minuti di grande musica, senza dover per forza andarsi a prendere dallo scaffale un masterpiece delle annate fino al 1990.




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