Erano ben dieci anni, da una storica data al Thunder Road di Codevilla, che aspettavo di vedere Jeff Waters e la sua band dal vivo in qualità di headliner.
Erano altri tempi, gli Annihilator se n’erano appena usciti con un discone come Carnival Diablos, ultimo ed unico in grado di tener botta con la sacra triade Alice in hell, Never Neverland, Set the world on fire; e prima di loro suonava una band del calibro dei Nevermore nel tour di Dead heart in a dead world.
Fantascienza? Assolutamente no, ma è innegabile come il nome Annihilator abbia perso parecchio hype, complice una manciata di album tutt’altro che convincenti, tanto che negli ultimi due tour li avevamo visti fare da spalla a Trivium (blasfemia ed orrore) ed Iced Earth.
Nemmeno il ritorno in pompa magna del thrash che ha donato una popolarità insperata anche a gruppi decisamente minori è riuscito ad invertire questa rotta perché il caro Jeff mentre l’old school riprendeva quota (e tutti, o quasi, erano li a battere il ferro fin che era caldo) realizzava un disco senza ne capo ne coda con Alexi Lahio, Angela Gossow e Danko Jones, per citarne alcuni, come ospiti. Potremmo definirlo uno che se ne frega del successo e segue semplicemente l’istinto? Non proprio. Uno che ci vede lungo? Assolutamente no. Semplicemente Jeff Waters, uno che a ogni album prova a farsi crescere i capelli e in quello dopo li ha rasati, poi ci ripensa…ma rasati son più comodi; uno che la stessa line up degli Annihilator su due dischi consecutivi è quotata 300/1 e una variazione di stile chitarristico oltre i suoi schemi te la danno a 500, per non parlare delle autocitazioni; uno che ti suona con tre chitarre strapiene di led ma quando le imbraccia comincia a grondare sudore da tutte le parti, suonando in modo talmente aggressivo, perfetto e tamarro da farti letteralmente staccare la testa del collo, e noi lo vogliamo così.
Dopo quest’inutile preambolo veniamo alle esibizioni, di altrettanto interesse, delle due band poste in apertura: Svölk e Sworn Amongst.

Quando i primi calcano il palco del Live Club di Trezzo sull’Adda (decisamente la miglior location concertistica nel milanese e dintorni) sono circa le 20.30. I quattro aprono col primo brano e si presentano: sono norvegesi e sono tanto simpatici, il chitarrista coi baffi è più tenero dei panda a grandezza naturale esposti nei baracchini delle fiere che nessuno vincerà mai e poi mai (tra l’altro ho appena letto su myspace che la band autodefinisce il proprio sound bear metal), hanno un buon groove southern che va ad abbracciare un heavy/stoner semplice e diretto ma la sostanza e gli spunti d’interesse non sono molti. Qua e là vi è anche qualche labile rimando a sonorità post thrash della seconda meta dei nineties e agli Alice in Chains ma parliamo veramente di poca roba, la varietà sia a livello di songwriting che di esecuzione è abbastanza vicina allo zero e le capacità tecniche non sono quelle di una band che dovrebbe girare per l’Europa. Inoltre dietro ai microfoni tocchiamo una nota dolente. A difesa della band dobbiamo dire che sempre il myspace segnala un cantante di ruolo, che stasera, non si sa per quale motivo, non è presente. Il lavoro se lo dividono i fratelli Osterhaug, rispettivamente bassista e chitarrista, e non fanno proprio una bella figura, soprattutto il povero chitarrista che si carica sul groppone le parti più alte e difficili col risultato di assomigliare al Carlo Verdone di Bianco Rosso e Verdone (nell’episodio con la Sora Lella) che urla a squarciagola. Spiace bocciare in questo modo questi ragazzi simpatici e portatori di un’attitudine umile e sana che non fa mai male, probabilmente pure sfortunati per il cantante, non c’è dato sapersi, però dovendo essere obiettivi le cose stanno così.

Cambiamo registro con gli Sworn Amongst che, ammetto la mia ignoranza, dalle magliette esposte in vendita pensavo una band metalcore di primo pelo e da dita nel culo; invece no, il quartetto inglese ha già all’attivo tre full-lenght e suona un thrash metal decisamente d’impatto, in bilico tra la vecchia scuola e il thrash d’inizio millennio. La band ci martella dall’inizio alla fine con tempi sempre elevati e poche concessioni alla melodia, le vocals (spettanti al chitarrista Liam Liddell) sono abrasive e violente anche se un po’ monocordi. In più di un brano troviamo richiami ai Testament della prima era, soprattutto a livello di riff. Esecutivamente la band suona sempre arrembante e compatta nonostante il batterista Jonny Harper pasticci un po’ con la doppia cassa. Molto preciso invece il giovane axeman Harvey Fox, tecnicamente una spanna sopra gli altri. In definitiva un buon show d’impatto, che però alla lunga tende a stufare per l’eccessiva similarità dei brani.

Dopo una sigaretta torniamo a posizionarci in attesa sotto al palco, poco dopo le 22.30 calano e luci ed ecco materializzarsi sul palco Waters e la sua band. Notiamo subito la presenza di due facce nuove alla sezione ritmica, entrambi di origini sudamericane. La mia segreta speranza di vedere Mike Mangini dietro le pelli decade subito ma il batterista, italiano d’adozione, Carlos Cantatore (già batterista di parecchie formazioni del nostro belpaese come Skylark e H-George) si rivelerà nel corso dello show una vera e propria macchina da guerra. Non da meno Alberto Campuzano alle quattro corde e a coadiuvare nei cori la coppia Waters-Padden. Su quest’ultimo voglio aprire una parentesi in particolare, se su disco (nonostante non ami molto le sue interpretazioni) il cantante ha sempre dato prova di buone capacità vocali, dal vivo nei due precedenti show che avevo avuto l’opportunità di vedere non aveva di certo brillato. Stasera Mike sembra un’altra persona, impeccabile alla ritmica a supportare la frenetica chitarra di Waters e ottimo dietro al microfono, decisamente più sicuro di se anche sui brani sui quali non ha registrato, interpretati con grande carisma. Volente o nolente, sono proprio queste ultime le canzoni che i fan attendono in un concerto degli Annihilator, Waters lo sa bene e decide di concentrare quasi tutto il “lavoro sporco” all’inizio dello show. Si apre infatti con Ambush dall’ultimo The Trend, seguita da Clown Parade dal precedente Metal e Plasma Zombies da Schizo Deluxe. Non proprio tre capolavori ma ci bastano per capire che gli Annihilator stasera sono decisamente in palla. Il comparto audio, inoltre, è perfetto, un muro di suono nitido e deflagrante che prende ulteriormente vita quando la cassa comincia a scandire il tempo di King of the Kill, il primo vero momento orgasmico di una serata che ne rivelerà a bizzeffe. La scaletta proposta stasera infatti risulterà un po’ atipica ma allo stesso tempo non potrà non soddisfare i die hard fans della band, che non si aspettano solamente brani dai primi due, tre lavori. Sacrificando qualche classico (Stonewall, Gallery, Never Neverland, Human Infecticide) verrà dato infatti parecchio risalto a King of the Kill, rappresentato con ben quattro brani (The Box, 21, Hell is a war oltre alla title track) e saranno ripescate chicche come Tricks and Traps da Remains nonchè versione unplugged da applausi con tanto di sedie posizionate in mezzo al palco di Phoenix Rising e Sounds good to me dal capolavoro Set the world on fire. Purtroppo per me nemmeno un brano viene estratto da Carnival Diablos, lavoro stupendo e decisamente sottovalutato, ma va beh, abbiamo comunque di che godere! Di Jeff Waters potremmo anche non dire niente, la solita prestazione da occhi sbarrati dall’inizio alla fine con la carica energetica di tre red bull e mezzo grammo di cocaina, sudore dispensato in ogni dove e un facce stremate come se stesse cagando un mattone da tre chili per tutto il concerto. Inoltre quest’anno esibisce sulle sue fedeli asce una serie di led che fanno invidia a fast and furious (due aggettivi che tra l’altro calzano a pennello al personaggio). Se non ci fosse bisognerebbe inventarlo. I “disastri” maggiori li abbiamo su Ultra Motion da Waking the Fury, dove Jeff chiede le luci puntate sul pubblico per assistere direttamente al massacro nelle prime file e sui classici Set the World on Fire, The Fun Palace, WTYD e Phantasmagoria che chiude lo show prima dei bis Crystal Ann e, immancabile, Alison Hell. Ce ne torniamo a casa, dopo ben un ora e tre quarti ininterrotte di concerto, entusiasti come non capitava da tempo per un live e con qualche anno in meno, almeno nella mente. Grazie Jeff per avermi fatto sognare, come e più di dieci anni fa!
SETLIST ANNIHILATOR:
Ambush
Clown Parade
Plasma Zombies
King of the kill
Betrayed
The Box
Hell is a war
Ultra Motion
Set the World on Fire
WTYD
The Trend
The Fun Palace
Tricks and Traps
Phoenix Rising/Sounds good to me (unplugged)
21
Phantasmagoria
Crystal Ann
Alison Hell
