Cosa succede quando cinque genietti dell’attuale scena hard’n’heavy mondiale si mettono assieme e cercano di riscoprire le proprie radici per riproporle in chiave moderna? O tutto, o nulla…direte voi. O si tratterà di un’opera magna o un prodotto da lasciare a marcire sugli scaffali dei negozi…
Niente paura, non vi trovate davanti a un fiasco, anzi…per tutta la durata dell’album il sapore dominante è di un giusto connubio tra quanto creato in questi ultimi anni dal quintetto e quanto imparato ad amare negli anni della gioventù più brufolosa…un songwriting maturo che viaggia in continuo alternarsi tra hard rock puro, rock, blues leggero e frizzante e qualche sferzata AOR che in certi inserimenti rende il piatto irresistibile. I suoni sono caldi e dall’aroma forte, il mixing è equilibrato e il mastering riesce a mantenere vive ‘certe’ dinamiche indispensabili.
Ma a stupire è il feeling delle performance e gli arrangiamenti…Alex Beyrodt riesce a trasportarsi da un chitarrismo più pulito e classico a uno stile più sporco e assassino a seconda della necessità della song; Kresic è l’uomo ‘collante’ di tutte le strutture, con arrangiamenti sinuosi e sussurrati. Il duo Kullmann/Sinner viaggia sullo stesso binario, groove e tempo, sacrificando il virtuosismo in favore di una sezione ritmica inattaccabile…ma sopra ogni cosa, stupisce la voce di David Readman, autore di una prova sopra le righe, strabordante di sentimento e interpretazione.
Da un lato troviamo le travolgenti “No Solution Blues”, “Heal My Pain” e “The Heavens Are Burning” che sparano hard rock di ottima fattura, mentre le strutture più easy di “King Of Your Dreams”, “This Could Be Paradise” (grande prova di Readman) e “I’m In Heaven” mettono in mostra l’altra faccia della band…da applausi anche la misteriosa “Devil’s Daughter” e la costante “Blind Man”, dove il ritmo scende ma cresce il pathos, e una citazione la merita pure la conclusiva “Wings Of Fury”.
Cosa cercare e cosa aspettarsi da “Broken Heart Syndrome”, quindi? Semplicemente il secondo disco della creatura di Alex Beyrodt, che risulta essere molto più personale rispetto al debutto di un paio di annetti fa…niente di nuovo e innovativo, ma di piacevole e potente.
