Che gli Antimatter non fossero dei gran allegroni ormai era cosa certa ed assodata, quello che molti aspettavano era la consacrazione definitiva del talento di Mick Moss, ora deus ex machina totale del progetto. Se in Leaving Eden c’era ancora qualche traccia degli Anathema, nella fattispecie la collaborazione col chitarrista Danny Cavanagh, in questo Fear of a unique identity Mick Moss decide veramente di fare tutto da solo, mettendosi in gioco senza nascondersi dietro a nomi e paragoni blasonati. Il risultato è un album apparentemente ostico, che va ascoltato parecchie volte prima di riuscire ad apprezzarlo al pieno nella sua semplicità e linearità. Sembra un controsenso e probabilmente lo è, ma gli Antimatter di oggi hanno veramente poco a che fare con quelli degli esordi e ancora meno con gli Anathema. Assimilato questo concetto si riesce a cogliere la sofferta bellezza di Fear of a unique identity, che dietro brani dai tempi molto dilatati cela strutture molto lineari costruite su ritornelli spesso azzeccati e sulla centralità strumentale della chitarra, che sia elettrica o acustica. Il singolo d’apertura dell’album sembra essere messo lì per trarre in inganno, perché è fin troppo catchy e fortemente dominato da suoni elettronici che riportano a quelle influenze darkwave degli esordi della band. Il resto dell’album invece prende la piega di un alternative rock fortemente emotivo, con brani che spesso vengono magistralmente dilatati per riuscire a trasmettere al pieno il climax a cui Mick vuole arrivare. E allora i riferimenti per gli Antimatter attuali bisogna definitivamente smettere di cercarli nella terra d’Albione, ma andare a scavare nell’America di una ventina di anni fa per trovare nei meravigliosi Mad Season questa malinconia sofferta, scarna ma al tempo stesso maestosa che permea Fear of a unique identity. E se qualcuno pensa che stia dicendo un’eresia, si ascolti pure la parte centrale dell’album, con quelle due perle che corrispondono ai nomi di “Firewalking” e “Here come the men”. La prima è probabilmente il pezzo più pregiato dell’intero lavoro, costruita su una tensione costante generata da un’attesa per un climax che ci viene fatto assaporare per pochissimo tempo e risulta quindi ancora più gustoso, mentre la seconda è un brano acustico struggente e di un’intensità rara. Non ditelo in giro, ma gente come Corey Taylor ed Eddie Vedder pagherebbe oro per riuscire a scrivere brani così. Non tutto però in questo album è un capolavoro, e purtroppo c’è da dire che le tracce più orientate al rock non lasciano particolarmente il segno, con la splendida voce calda di Mick sommersa da un muro di chitarre con un distorto che non ho particolarmente apprezzato. Decisamente più appropriati i momenti semi-acustici o quasi vicini al prog non troppo cervellotico, quello più d’atmosfera che di tecnica, con lo spirito dei Pink Floyd che ogni tanto fa capolino e si compiace. Ottime anche le collaborazioni, con la splendida Vic Anselmo che regala la sua intensa voce femminile a un paio di brani, e soprattutto il violino di David Hall che compare sempre al momento giusto e riesce a donare ulteriore spessore ai brani senza andare mai sopra le righe.
Che altro dire? Un album brumoso, autunnale, profondo e molto personale, che potrà regalare a chi avrà la pazienza di impegnarsi nell’ascolto non poche emozioni. Il nuovo corso degli Antimatter “individuali” è ottimo come il passato e mette in risalto il songwriting eccellente di Mick Moss; peccato che qualche brano un po’ prevedibile e una produzione molto curata in qualche aspetto e deficitaria in altri affossino parzialmente la resa globale. Chi però saprà passare sopra questi aspetti e andare oltre qualche difettuccio sarà premiato da un gioiellino di una profondità inaspettata.
