Secondo capitolo discografico per i Materdea, impregnato di un folk pagan metal che nelle terre nostrane vanta oltre a loro numerosi altri validi alfieri.
Fermo restando che realizzare un disco come questo richiede non solo un ampia cultura di tradizione celtica e non (il titolo del lavoro riprende un’opera latina di Petronio nda) ma anche un’enorme competenza musicale ( non bastano chitarra basso e batteria, servono anche archi e tastiere), non è comunque facile risultare originali ma questo gruppo è tra i pochi a riuscirci. Potendo contare sulle molteplici voci femminili oltre a quella maschile il loro asso nella manica sono senz’altro le parti arpeggiate , arricchite dai narrati e dalle tastiere, ma non mancano nemmeno parti più grintose: brani come “The Little Diviner”, “The Green Man” o “Children Of The Gods” sfiorano gli spunti più power metal tipici di band come Stratovarius o Symphony X , arricchite però dall’elemento folk degli archi e delle melodie tipiche delle tradizioni pagane.
Ma oltre le melodie è senz’altro la voce di Simon a rendere evocative le canzoni di questo album, variando su più registri melodici e supportata da parti corali che conferiscono ai testi un espressività non da poco. Il suono di chitarra è molto ben studiato, forse un po’ troppo “leggero” per un grezzone come il sottoscritto, ma si sa in questo genere prevale la melodia, anche il basso è molto lineare ma insieme alla batteria crea l’ottimo ritmo per i vari passaggi-ballate costruiti dagli archi e delle tastiere.
Sentendo i Materdea non si può far altro che andare a riscoprire le nostre origini ancestrali che loro ci ripropongono come veri e propri bardi, solo con le moderne tecnologie.
