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Armored Saint + Athrox @ Legend Club, Milano, 11/11/18

Roberto

Dunque, era il 1998 o giù di lì. Gironzolo per il negozio di dischi e trovo tra gli usati ‘Symbol of Salvation’ di voi-sapete-chi. ”Dove li ho già sentiti nominare?”, penso, “Ah, già, ne tessevano le lodi in un articolo su Metal Hammer… Boh, prendiamolo e vediamo com’è…”
Torno a casa, metto il disco sullo stereo e la sua potenza mi investe come un pugno in piena faccia. Ebbene, non ho mai volato con un parapendio, ma non so se la sensazione che potrei provare sarebbe così diversa. Qualcosa di simile ad una caduta libera. Uno di quei momenti che ti restano impressi nella memoria e non se ne vanno più.

2018, vent’anni tondi sono trascorsi da quel colpo di fulmine. Gli Armored Saint fanno tappa in Italia, caso quasi più unico che raro (‘We’ve never been here in Milan, what’s fucking wrong with us?’ dirà un esilarante John Bush introducendo lo spettacolo) per un tour che li vede eseguire interamente, e per la prima volta in assoluto, ‘Symbol of Salvation’. Imperativo non perderseli, e la stessa considerazione l’avranno fatta le trecento persone che domenica 11 novembre hanno affollato il Legend Club di Milano, tanto che circa un’ora prima dell’apertura una nutrita fila aspettava davanti ai cancelli.

Ad aprire la serata gli Athrox dalla Toscana, che per l’occasione presentano il freschissimo album ‘Through the Mirror’, dimostrando sicurezza e precisione al servizio di un metal classico ben strutturato e d’atmosfera; peccato che i volumi, al minimo sindacale, abbiano decisamente smorzato l’impatto e penalizzato la resa generale. Sicuramente i ragazzi avrebbero meritato ben altro apporto dalla regia, ma hanno dimostrato di avere numeri non banali e margini di progresso.

 

Cambio di palco, e l’attesa per quello che non è retorico definire uno dei pochi nomi davvero determinanti nella storia dell’US power si fa spasmodica. E quando i nostri partono, lo fanno col botto: ‘March of the Saint‘ apre le danze, e dopo una terna iniziale con un pezzo per ciascuno dei primi tre album ‘Reign of Fire‘ introduce la sequenza dell’album forse più ricco di significati per i Saint, e non solo perché sia uno dei più venduti, se non proprio il più venduto di tutti. John Bush, infatti, ricorda in uno dei suoi interventi il decisivo contributo alla scrittura del mai troppo compianto Dave Prichard, stroncato dalla leucemia poco prima delle registrazioni, e il lungo e sentito applauso con cui il pubblico risponde non è solo un proforma ma dà la misura dello smisurato affetto che circonda una band che non ha mai riscosso quanto il talento e la costanza avrebbero meritato.

A parte il doveroso tributo alla memoria di Dave, e un inciso sul rogo che in questi giorni sta devastando la California, la serata è divertentissima. I nostri danno prova, se mai ne avessimo avuto bisogno, di essere musicisti di prim’ordine, sciorinando una prestazione straordinaria per impatto e precisione. Gonzo e Joey sono una seziona ritmica tra le più rodate, concrete ed efficaci, Phil e Jeff alle chitarre giganteggiano per dinamismo ed intensità. John Bush è un frontman che non teme confronti né con i colleghi della vecchia scuola né con le nuove leve, un autentico animale da palcoscenico: non risparmia un filo di voce, si muove come un ossesso e appena ne ha modo dialoga con il pubblico tra un pezzo e l’altro, facendo leva, oltre che sullo strabordante carisma, su una sana dose di dissacrante umorismo (“He’s got a t-shirt, why have you got a jacket? Are you cold? Are you OLD? I’m with you…”). Lo spettacolo raggiunge il suo picco emotivo verso metà scaletta: prima quando ‘Half Drawn Bridge’ e ‘Another day’ evocano, ancora una volta, il ricordo dello sfortunato Dave, subito dopo quando, durante ‘Symbol of Salvation’, John scende in mezzo al pubblico invitando tutti a cantare il ritornello insieme a lui. L’apoteosi.
Il ‘viaggio’ tra i solchi di ‘Symbol…’ procede spedito fino alla conclusiva ‘Spineless’, ed è lecito sorprenderci di come John Bush abbia conservato tale forma canora dopo tutti questi anni, un vero portento. La conclusione dello spettacolo è affidata ad un altro tris da cardiopalma: ‘Win Hands Down’, splendida apripista e title-track dell’ultimo album, che vanta armonizzazioni chitarristiche di gran classe e uno dei più bei ritornelli che i nostri abbiano mai scritto, la storica ‘Can U Deliver’ e, per un pogo finale da girone infernale, la scatenata ‘Madhouse’.

Il set non si poteva concludere in modo migliore, tutti noi ne vorremmo ancora a non finire, ma per questa volta basta e avanza così, considerato quanto abbiamo dovuto attendere per avere questo eccezionale combo in Italia come headliner. I Saint si sono confermati una formidabile macchina da live, regalandoci uno dei migliori spettacoli degli ultimi tempi, e ci piace pensare che nonostante il successo, almeno in termini di vendite, non abbia irriso loro come invece ad altre band capaci di segnare un’epoca, il tempo dia loro ragione per quanto riguarda la qualità di una proposta artistica che ha ben pochi eguali nel panorama del metal contemporaneo.

Ora però vedete di non farci aspettare altri dodici anni, eh?

Tracklist

March of the saint
Long before I die
Chemical euphoria
Reign of fire
Droppin’ like flies
Last Train Home
Tribal dance
The truth always hurts
Half drawn bridge
Another day
Symbol of salvation
Hanging judge
Warzone
Burning question
Tainted past
Spineless
Win hands down
Can U deliver
Madhouse